Il lupo le strazia le pecore, Denise lancia l’appello: “Dateci gli strumenti per difenderci”

C’è un punto in cui i numeri, le statistiche e le discussioni da tavolo istituzionale si fermano. E iniziano i nomi, gli affetti, le notti insonni e le lacrime. Per Denise Scalzeri quel punto ha il volto di Verena e Guendalina, due pecore dal naso nero del Vallese allevate con cura e dedizione tra Valdastico e Pedemonte, in una vita condivisa con il compagno Sebastian, titolare di un’azienda agricola e gestore di malga.
L’ultimo attacco del lupo, un paio di settimane fa, le ha travolte entrambe. Verena non ce l’ha fatta. Guendalina lotta ancora tra medicazioni, antibiotici e una prognosi riservata. Ma oltre alle ferite inferte agli animali, rimane il senso di impotenza di chi sostiene da anni una battaglia quotidiana per difendere il proprio allevamento e ne parla solo oggi, rielaborando un’amarezza che fatica a passare. “In questi ultimi tre anni mi sono fatta in quattro per mettere in sicurezza le mie bestie – racconta Denise – una fatica fatta di viaggi continui, recinti, controlli e sacrifici personali. Tutto questo solo per tenere al sicuro cinque pecore”. Interi fine settimana, mentre Sebastian lavorava in malga, percorrendo chilometri per chiudere e riaprire le pecore, organizzando la propria vita in funzione della loro protezione.
Tra loro c’era proprio Verena. Non un animale qualsiasi. Denise l’aveva portata a casa quando aveva appena venti giorni, nutrendola con il biberon ogni tre ore per mesi: “Da marzo a luglio iniziavo alle sei del mattino e finivo alle dieci di sera. Puoi immaginare l’affezione reciproca”. L’ultimo sabato di settembre, quello che doveva essere un giorno felice. L’ultima giornata di monticazione, il rientro dall’alpeggio, la soddisfazione per una stagione conclusa senza problemi. Qualche ora prima della scoperta, Denise aveva persino filmato un lupo in località Ponte Braidi, a Casotto: “L’ho visto attraversare la strada, bello e fiero. Ho pensato subito alle pecore e sono corsa a controllare”. Quello che ha trovato è un’immagine che fatica ancora a raccontare. Le altre pecore erano immobili, con la testa bassa. Ne mancavano due. Poco distante c’era Guendalina, ancora viva ma devastata dai morsi. Poi la ricerca di Verena: “Ho fatto il giro degli alberi e l’ho trovata là. Dilaniata. Aperta sulla pancia e neppure mangiata. Non avrei mai pensato di vedere una cosa del genere”.
Il veterinario è intervenuto immediatamente nel tentativo di salvare Guendalina. Le ferite erano profonde, con estese porzioni di muscolo e tessuto mancanti: “Ha dovuto lasciare alcune zone aperte perché non c’era più pelle da ricucire. Adesso è sotto antibiotici e antidolorifici, ma non sappiamo ancora se ce la farà, benchè ora sembri in leggero recupero”. Alle spese veterinarie si sono aggiunti i costi per lo smaltimento della carcassa di Verena. Ma Denise ribadisce che il problema non è economico: “Anche se arrivasse un indennizzo, nessuno potrà mai sanare quello che provo dentro. Continuo a chiedermi quanto abbia sofferto Verena”. Ma è raccontando del giorno dopo la mattanza che Denise avverte tutti i limiti della situazione ed emergono tutte le domande che non riesce più a tenere dentro. La Polizia Provinciale, effettuati i controlli diritto, ha raccolto informazioni sulle misure di protezione adottate.

“Ho chiesto cosa dovrei fare adesso. Come faccio a sentirmi serena nel lasciare fuori le mie pecore quando ho visto un lupo a cinquanta metri dal recinto? Mi hanno risposto che teoricamente di giorno non succede. Ma con la teoria non salvo i miei animali”. Uno sfogo che supera il singolo episodio e si allarga a una riflessione più ampia sulla gestione del fenomeno. Denise non nasconde la propria amarezza verso istituzioni e politica, pur prendendo le distanze da qualsiasi posizione estremista. Perché se reti e controlli serrati non bastano e umano pensare di mollare tutto: “Io amo la natura e amo tutti gli animali. Non condanno il lupo. Anzi, quando l’ho visto ne sono rimasta affascinata. Quello che condanno è l’incapacità di trovare una soluzione che permetta una convivenza vera”.
Per l’allevatrice il problema non riguarda soltanto il danno subito dagli allevatori: “Ormai il lupo arriva vicino alle abitazioni, circola nei paesi e viene avvistato in zone sempre più frequentate. Ci chiedono di convivere con questa presenza, ma poi chi vive il territorio ogni giorno viene lasciato solo. Io non ho le competenze per dire cosa si debba fare. Ci sono persone preparate che studiano il fenomeno. Però devono trovare il modo di garantire una convivenza reale e di farci vivere serenamente. Perché oggi chi alleva animali e chi vive queste montagne ha la sensazione di essere sotto scacco”. Parole che nascono da una ferita ancora aperta. Quella di una donna che ha scelto la vita agricola per amore della terra e degli animali e che oggi, davanti alla perdita della sua Verena, si ritrova a fare i conti con una domanda che continua a non trovare risposta: quanto ancora sarà possibile andare avanti così prima del prossimo attacco?