Stipendi dei magistrati, Meloni non firma, Anm valuta il ricorso

Nuovo scontro tra governo e magistratura. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni fa sapere che non intende firmare il decreto che dovrebbe sbloccare gli aumenti degli stipendi dei magistrati, previsti da alcune sentenze del Consiglio di Stato. Una decisione che provoca la dura reazione dell’Associazione nazionale magistrati, pronta a valutare un ricorso per ottenere quanto stabilito dai giudici amministrativi. Al centro del confronto ci sono circa un miliardo di euro di adeguamenti retributivi relativi agli anni dal 2018 al 2023. Il Documento programmatico di bilancio prevede per il 2027 un fondo straordinario da 1,92 miliardi, destinato in larga parte proprio a coprire gli effetti delle sentenze. Ma Palazzo Chigi ritiene la cifra eccessiva rispetto ad altre emergenze economiche.
Secondo Meloni, l’importo sarebbe dieci volte superiore alle risorse che il governo sta cercando per sostenere il settore dell’autotrasporto, alle prese con una crisi che rischia di compromettere la distribuzione delle merci. La premier si dice comunque disponibile a incontrare i rappresentanti dell’Anm, convinta che la maggior parte dei magistrati comprenda le priorità del momento. La risposta dell’associazione è immediata. “Se ci sono dei margini faremo un ricorso”, avverte il vicesegretario Stefano Celli, rivendicando il diritto dei magistrati a utilizzare gli strumenti previsti dall’ordinamento. Resta aperta anche la possibilità che il Consiglio di Stato intervenga nominando un commissario ad acta per dare esecuzione alle sentenze.
Lo scontro si inserisce nella fase decisiva della preparazione della legge di bilancio da 23,5 miliardi. Per domani è previsto un vertice di maggioranza con Meloni, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, i vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani e il leader di Noi Moderati Maurizio Lupi. Sul tavolo restano diversi nodi politici, a partire dal contributo richiesto alle banche, sul quale persistono le divergenze tra Lega e Forza Italia. Da definire anche l’eventuale estensione del taglio dell’Irpef ai redditi fino a 60mila euro, mentre si valutano misure alternative per ampliare la platea dei beneficiari. I margini di bilancio sono stretti e il confronto nella maggioranza si annuncia complesso.