Gli angeli del soccorso e ciò che va evitato: “La montagna è di tutti, ma non per tutti”

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Sono già 1.354 le persone soccorse dal Soccorso Alpino del Veneto nel 2025, per un totale di 1.199 interventi. Numeri che raccontano una macchina del soccorso sempre in movimento, pronta a entrare in azione nei boschi, sui sentieri, nelle ferrate e sulle pareti. Ma raccontano anche altro: quante emergenze potrebbero essere evitate con un pizzico di preparazione in più.

È stato questo il cuore dell’ultima puntata di Senti Chi Parla, dedicata agli uomini e alle donne che la montagna la vivono non per conquistare una vetta, ma per aiutare chi si trova in difficoltà. Ospiti Giovanni Busato, storica figura del Soccorso Alpino Veneto e già vicepresidente regionale, Matteo Lucchin, vice capostazione della stazione di Schio, e Cristina Fin, anima del rifugio Balasso, da sempre punto di riferimento alle porte del Pasubio. Un confronto che ha alternato consigli utili, racconti di interventi e ricordi capaci di restituire il lato più umano del soccorso: “La montagna è di tutti, ma non è per tutti”, ha sintetizzato Busato. Una frase che vale più di un decalogo e che richiama alla necessità di affrontare l’ambiente montano con rispetto, consapevolezza e preparazione. Lucchin ha raccontato la sua prima vera missione: una chiamata per alcuni ragazzi bloccati sotto il rifugio Papa, in primavera, con ancora molta neve e condizioni meteo che impedivano l’intervento dell’elicottero: “Mi sono reso conto subito che nessuna chiamata può essere sottovalutata – ha spiegato – i giovani erano incolumi, ma fuori dalla loro zona di comfort, con tutti i rischi che una situazione del genere può comportare. L’intervento si concluse bene, con una bevanda calda condivisa al Balasso. Ma la lezione rimase scolpita: anche ciò che sembra banale può trasformarsi rapidamente in un problema serio.

Tra i ricordi più significativi emersi durante la serata, Busato ha raccontato quello di una ragazza soccorsa anni fa sul Monte Maggio dopo un grave incidente. Costole fratturate e un polmone perforato. L’intervento riuscì perfettamente. Dieci anni dopo, passeggiando in piazza nel suo paese, una donna gli corse incontro per abbracciarlo. Era quella stessa ragazza, ormai adulta: “Queste sono le cose che ripagano di qualsiasi fatica”, ha confessato con emozione. Ma accanto ai racconti a lieto fine, però, ci sono anche quelli che ricordano quanto il confine tra una giornata in montagna e una tragedia possa essere sottile. Cristina Fin lo sa bene. Figlia di un soccorritore, cresciuta letteralmente tra uomini del Cnsas, oggi vive il soccorso da una prospettiva privilegiata. Al Balasso passano escursionisti, alpinisti e soccorritori. Spesso è proprio il rifugio a diventare la base operativa o il primo contatto in caso di emergenza. Tra gli episodi che l’hanno maggiormente colpita, il ricordo di una lunga ricerca di un giovane disperso e mai ritrovato. Ancora oggi, a distanza di anni, i familiari salgono in montagna per lasciare un fiore nel luogo dove venne ritrovata la sua auto. “Queste sono le situazioni che ti restano addosso”, ha raccontato.

Ma il tema centrale della serata è stato quello della prevenzione. Troppi interventi, secondo i relatori, nascono da errori evitabili. Escursionisti che partono nelle ore più calde senza acqua, persone che affrontano ferrate con attrezzature utilizzate in modo scorretto, gruppi improvvisati che si conoscono tramite i social e si avventurano su percorsi impegnativi senza avere esperienza. Emblematico il racconto di Cristina Fin su una giovane escursionista straniera lasciata sola dai compagni di cammino perché “procedeva troppo lentamente”. I due erano arrivati tranquilli a bere una birra a baita Campiglia, mentre la ragazza, spaventata, aveva perso l’orientamento rendendo necessario l’intervento del Soccorso Alpino: “I social hanno fatto molto bene alla frequentazione della montagna, ma hanno anche trasmesso l’idea che tutto sia facile – ha osservato Busato – si vedono persone che si filmano appese alle ferrate come se fossero giochi. La realtà è un’altra”.

Da qui le raccomandazioni: controllare le previsioni meteo, pianificare l’itinerario con cura, partire presto, portare con sé acqua e cibo, abbigliamento adeguato e una lampada frontale. E soprattutto non andare da soli oltre che avere l’umiltà e il buon senso di rinunciare quando le condizioni fisiche o ambientali lo consigliano. Perché la montagna continua a essere uno dei luoghi più belli e autentici che il Veneto possa offrire. Ma pretende rispetto. E quando quel rispetto viene meno, entrano in scena loro, gli “angeli” del soccorso alpino. Volontari che lasciano famiglia, cena o lavoro al suono di un telefono e partono senza sapere cosa troveranno. Con una sola certezza: qualcuno, là fuori, ha bisogno di aiuto. E loro, comunque, ci saranno.

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