Crisi Usa-Iran, al via i colloqui in Oman: un piano in 5 punti dei mediatori

In Oman sono cominciati i negoziati Usa- Iran sul programma nucleare di Teheran. Si va alla ricerca di un’intesa che scongiuri un attacco americano. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha scritto su X che l’Iran entra nella trattativa “con gli occhi aperti e un ricordo fermo dell’anno trascorso”. “Gli impegni devono essere onorati”, ha detto. “Parità di diritti, rispetto e interesse reciproco non sono retorica – ha proseguito – sono un dovere e i pilastri di un accordo duraturo”. Intanto, il dipartimento di Stato Usa ha sollecitato i cittadini statunitensi che si trovano in Iran a lasciare immediatamente il Paese se possibile, e a predisporre piani di partenza autonomi, senza aspettarsi assistenza diretta da parte di Washington.
Per concretizzare l’intesa, l’Iran avrebbe rinunciato alla pretesa di discutere solo di nucleare e non del suo arsenale militare. “Sta negoziando perché non vuole essere colpito, abbiamo una grande flotta diretta lì”, ha confermato Donald Trump. Sul tavolo i mediatori regionali hanno messo una proposta quadro in cinque punti, che prevede tra l’altro la rinuncia all’arricchimento dell’uranio per tre anni da parte del regime degli ayatollah e la gestione delle sue scorte in un paese terzo. Tutto ciò in cambio di un patto di non aggressione con gli Stati Uniti.
Sullo sfondo continua ad aleggiare la minaccia di Trump di colpire di nuovo l’Iran se non smantellerà il suo programma atomico, che l’Occidente teme sia finalizzato alla costruzione di una bomba. Qatar, Egitto e Turchia hanno provato a elaborare un perimetro di discussione per l’appuntamento in Oman. La proposta parte dalla richiesta a Teheran di smettere di arricchire l’uranio per tre anni ed in seguito limitarsi a meno dell’1,5%, per continuare a sviluppare il nucleare civile. Perché oltre il 20% ci sono potenziali applicazioni militari e Teheran si è già spinta ben oltre. In secondo luogo, le scorte che ha preservato dai bombardamenti americani, inclusi circa 440 kg arricchiti al 60%, verrebbero trasferite in un paese terzo.
Stando al piano dei mediatori inoltre il regime non dovrebbe più trasferire armi e tecnologie ai suoi proxies, le milizie sciite, e dovrebbe impegnarsi a non colpire per primo con i suoi missili balistici. Il patto di non aggressione con Washington sarebbe l’approdo finale dell’intesa, per convincere la Repubblica islamica, indebolita dalle massicce proteste di piazza, a cedere sugli altri fronti. In attesa di eventuali passi avanti della diplomazia la situazione nelle acque del Golfo resta tesa. I Pasdaran hanno fatto sapere di aver sequestrato due petroliere accusate di “contrabbando di carburante”, senza specificarne la bandiera o la nazionalità dell’equipaggio.