Attentato a Ranucci, Lavitola ammette: “Sono il mandante”

Valter Lavitola è il mandante dell’attentato dinamitardo ai danni di Sigfrido Ranucci. Lo ha ammesso davanti al gip di Roma, dicendo di aver fatto mettere quella bomba “perché era in pericolo, era minacciato. Una bomba per il suo bene, per fargli alzare i livelli di protezione”. Le dichiarazioni sono arrivate nel corso dell’interrogatorio di garanzia durato oltre cinque ore in una saletta del carcere di Rebibbia. L’imprenditore ha offerto una versione con molti aspetti ancora da chiarire e sui quali la procura farà i necessari approfondimenti.
La politica. Nel corso dell’interrogatorio Lavitola ha specificato che “non esiste alcun movente politico” dietro l’azione dinamitarda del 16 ottobre del 2025. “Ho fatto tutto ciò per tutelare l’incolumità di Ranucci, che era oggetto di parecchi pericolosi tentativi di aggredirlo, e fargli innalzare la scorta”. Un’azione dunque, avrebbe sostenuto Lavitola, che era “a fin di bene”. E il titolare del bistrot ‘Cefalù’, dove cenava spesso insieme a Ranucci ha riferito anche le ragioni di quello che il legale definisce un “atto indubbiamente delittuoso: lo ha fatto per il bene di Ranucci, perché era oggetto di attentati”.
Le indagini proseguono. Anche perché la versione riportata da Lavitola “lascia sgomenti” e “conferma il delirante teatro della follia”, commenta il legale di Ranucci, Roberto De Vita, che ricorda come Ranucci abbia già la scorta ininterrotta dal 2021 e la sua popolarità è già da tempo “elevatissima”. Quindi, è la sua conclusione, “se il movente è quello, si colloca tra l’inutile e il rassicurante. Ovviamente un conto è la confessione, altro la valutazione della credibilità” di Lavitola. Ora il verbale sarà analizzato dai pm coordinati dal procuratore Francesco Lo Voi. Ranucci resta parte offesa ma alla luce delle dichiarazioni rese dall’imprenditore non è escluso che nelle prossime settimane possa essere convocato nuovamente in Procura.