Arte, ferite e speranza: l’espressionismo di Vladimir Zaccaria per cancellare l’indifferenza

La tela come un campo di battaglia, una tela grande dove lanciare le proprie emozioni e scuotere le coscienze dall’assuefazione al dolore. È in questo spazio senza confini che si muove Vladimir Zaccaria, pittore 38enne di Thiene, che fin da bambino ha sentito un’unica, ineluttabile vocazione: dipingere. Formato tra il Liceo artistico Martini di Schio, l’Accademia di Belle Arti di Venezia e la Scuola Orafa di Vicenza, Zaccaria ha iniziato il suo percorso nell’arte figurativa per poi approdare ad un espressionismo astratto potente e viscerale.

Per lui la pittura non è semplice estetica, ma un’indagine profonda nell’inconscio, una forma di auto-psicanalisi in grado di trasformare ed esorcizzare le ferite personali ma anche una finestra aperta sulle tragedie del mondo, dalla guerra in Ucraina alle tragedie del nostro tempo. Nella pittura di Vladimir Zaccaria vige una regola: pennelli sempre uguali e tele grandi, “perché per combattere serve spazio”.

Vladimir Zaccaria, quando ha deciso che avrebbe voluto fare il pittore?
L’ho deciso da piccolo. E per questo ho fatto scelte scolastiche precise: Liceo Artistico Martini a Schio, Accademia delle Belle Arti a Venezia, Scuola Orafa a Vicenza. Lo studio è stato importantissimo nel più percorso, è il punto di partenza.

Cos’è per lei la pittura e come nasce?
La pittura è dialogo ed espressione. Ma prima di parlare e dialogare bisogna interrogarsi e conoscersi. Quindi la pittura per me è un modo per esplorare, indagare, creare cose nuove cercando di scavare nell’inconscio. I miei quadri nascono da spunti che arrivano dal mondo esterno ma anche dal mondo interiore. La mia è una ricerca profonda, che spesso prende spunto da situazioni di cronaca internazionale: la guerra tra Ucraina e Russia in particolar modo, ma anche altre situazioni di dolore che derivano da fatti terribili che accadono nel mondo.

Come si definisce il suo stile?
Io faccio espressionismo astratto. E’ lo stile che mi è più congeniale per descrivere il dolore, la tensione, per descrivere la frattura senza dover arrivare a dipingere la morte. Dipingo anche oggetti o persone, ma il mio stile è l’espressionismo astratto. Ho iniziato come pittore figurativo, di persone e oggetti, ma non mi era funzionale per esprimere le mie sensazioni interiori, le mie sofferenze, le mie tensioni. Mi mancava il tumulto interiore, la possibilità di esprimere la rabbia.

L’arte come auto-analisi, come terapia?
Sicuramente. Con l’arte astratta è più facile esprimere le tensioni e i gesti di ribellione, le pennellate selvagge e a volte furiose lanciate sulla tela sono terapia. Io dipingo spesso sensazioni di dolore, frattura, paura. Descrivo sofferenze attraverso segni e colore. La mia storia personale mi porta ad avere una frattura e l’arte mi è sempre stata necessaria per ricomporre quella frattura. Da qui la comprensione che la pittura può avere una funzione terapeutica per tutti.

Possiamo parlare di tela come campo di battaglia?
Certo. Per me la tela è come un campo di battaglia, sia interiore che esteriore. Dipingere significa esorcizzare i propri demoni interiori e i demoni che derivano dalla rabbia per le cose negative che succedono nel mondo. Le guerre, la violenza, le ingiustizie. Ma la tela è anche un campo dove si aspetta che arrivi la pace.

In che senso?
Quando si sentono notizie negative, quando si sta male o si vede che qualcuno sta male, si aspetta che questo male finisca. Si spera che finisca presto, il più presto possibile. E questa tensione io la rappresento con i colori. Nelle mie opere uso sempre un po’ bianco ed è il simbolo di questa speranza. E’ il colore che indica la pace, è la pace che sta arrivando perché è ciò che si vuole ogni volta che c’è la guerra, si aspetta con ansia la risoluzione del dramma.

Lei vuole dare un messaggio positivo quindi…
Senza avere la presunzione di voler cambiare il mondo, il mio è un tentativo di togliere il velo di indifferenza da certi temi, togliere l’assuefazione alla violenza. Io penso che ognuno di noi deve dare un contributo positivo, o comunque provarci. Siamo tutti noi che possiamo fare la differenza e dobbiamo mettercela tutta per farla questa differenza.

Il suo pittore preferito?
Caravaggio, con i suoi chiaro-scuri incredibili e quella capacità unica di dipingere la tensione. Io però ho uno stile diverso. Ho trovato il mio stile, la mia linea espressiva e adesso sono all’inizio. Non esiste la maturità artistica, ma c’è un punto da cui si parte per poi continuare a sperimentare. Per me l’arte è cercare di lasciare il mondo migliore di come l’ho trovato.

Che strumenti per dipingere e che tele usa?
Uso il pennello, sempre della stessa forma e della stessa grandezza, sempre uguale e modulo il segno in base a ciò che voglio raccontare o esprimere. A volte butto sopra il colore vari materiali, ma solo se serve. A volte uso molto colore, altre volte meno. Dipingo su tele grandi, perché più grande è la tela e più grande è il campo nel quale esprimere ciò che sento. Se la tela è troppo piccola non riesco ad esprimermi, mi sembra una gabbia. Per combattere serve spazio e anche la pace è più bella in spazi grandi.

– – – – –
L’Eco Vicentino è su Whatsapp e Telegram.

Iscriviti ai nostri canali per rimanere aggiornato in tempo reale.
Per iscriverti al canale Whatsapp clicca qui.
Per iscriverti al canale Telegram clicca qui.