Spettacolando: Raf, il tempo è solo un altro modo per ascoltare le stesse canzoni

Nella prima sera di settembre, Raf trasforma Piazza dei Signori a Vicenza in una macchina del tempo: è la magia dell’inizio del tour Infinito – Estate 2026. Bastano due suoni e un attacco di chitarra, per far schizzare in testa immagini di amori e anni che speravamo archiviati.
I 25 anni di Infinito sono solo un pretesto per raccontare una carriera iniziata negli anni Ottanta, che ha portato i nuovi artisti a socchiudere la porta del cantautorato degli anni ’70, una stanza abitata da mostri di bravura coi quali era impossibile confrontarsi. C’era anche voglia di più leggerezza, di raccontare il cambiamento, di sognare e amare senza più riserve. C’era voglia di colorare la vita: c’era voglia di pop.
Raf era tutto questo, incapace di non inseguire il lieto fine e con l’incontenibile desiderio di gridare all’amata che è la più bella del mondo: che quell’amore non lo voleva, lo pretendeva. Questo linguaggio in quegli anni era prova di certezza di sentimenti, una promessa che richiedeva dedizione a chi la faceva e gratificava chi la riceveva. Queste parole adesso fanno uno strano effetto, ma sono la testimonianza di come era vissuta la passione in quegli anni. Siamo cresciuti e stiamo imparando a modificare i comportamenti, passando dalle parole: demonizzare le emozioni non aiuta nessuno, trovare un modo condiviso di viverle, sì.
Raf è (anche) quello che ha scritto il testo di “Si può dare di più”, che non ha potuto cantare con Ruggeri-Tozzi-Morandi quando hanno vinto Sanremo e nei suoi occhi si legge ancora il dispiacere ( maledetti contratti discografici). Anche se dopo quella delusione, con Giancarlo Bigazzi ( suo mentone e paroliere) ha scritto “Gente di mare” che ha cantato con Tozzi (un grande successo): quella canzone, oltre a far sentire meno soli quelli che al mare ci sono nati e che nel mondo si sentono spaesati ogni giorno, è diventato un canto di Natale in nord Europa. Sono strane le connessioni nel mondo della musica.
Scegliere di andare a un concerto come questo presentava un rischio altissimo di “nostalgia canaglia” ma Raf ha scelto una strada diversa: il passato è presente e non viene imbalsamato. Sembra un ragazzino quando si presenta col cappellino in testa e lo sguardo è puro e sincero mentre si mette a nudo di fronte al suo pubblico. La sua timidezza fragile è lì, di fronte a noi, e non fa nulla per nasconderla: ora (forse) non scriverebbe più di un amore che pretende.

Il concerto ci regala il Raf internazionale, interprete di grandi ballate come “Self Control”. Con “Ti pretendo” c’è il pop del linguaggio collettivo. Quando arrivano “Cosa resterà degli anni ’80”, “Sei la più bella del mondo” e “Il battito animale”, il concerto chiude il cerchio generazionale.
Le melodie forti, i ritornelli che non abbiamo scordato, la scrittura (solo in apparenza semplice) restituisce un’elasticità capace di sopravvivere al proprio tempo. Non abbiamo solo cantato e ballato: avevamo i sorrisi stampati in faccia per due ore e siamo usciti dalla piazza leggeri, sereni, ma con il cuore pulsante.
Il simbolismo di “Infinito” e il ritorno a Sanremo con “Ora e per sempre”, scritta insieme al figlio Samuele Riefoli, sono solo pezzi del capitolo di una vita intera. Lo sguardo sul palco è di uno non ha paura di guardare indietro, non smette di pensare al futuro, ma soprattutto ha due occhi che brillano guardando davanti a sé. Il qui e ora a volte s’impara più con un concerto che con dieci anni di analisi. Grazie Raf, e buon tour.
Paolo Tedeschi
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