Dal Pasubio all’America: la storia di nonno Angelo nel nuovo libro di Loris Giuriatti

Che Loris Giuriatti sia un cultore della montagna, come pure delle vicende che hanno questa come sfondo, non è certo un mistero. Ma se anche vi fosse qualche dubbio in proposito, basta scorrere l’elenco dei suoi libri per dissiparlo: titoli quali “L’Angelo del Grappa” e “Lo chiamavano Alpe Madre” sono più eloquenti di qualunque spiegazione. Anche un testo come “La tormenta di San Giovanni“, per parte sua, non è estraneo all’ambientazione alpina. Non c’è di che sorprendersi, dunque, se la sua ultima fatica, come le altre edita da Rizzoli, riporta sulla copertina “Il silenzio degli altopiani“.

“Galeotto fu il massiccio del Grappa” si potrebbe dire, ricercando il motivo di tanta fascinazione. È lo stesso Loris a confermarlo parlando ai microfoni della trasmissione di Radio Eco Vicentino “Parlami di Te“. “Il Grappa è un amore tardo – confessa -, perché sono padovano. L’ho scoperto grazie a mia moglie, che mi ha accompagnato a farci un giro. E da allora, per me, è diventata la montagna per eccellenza. Perché mi rilassa, e perché conserva una rara capacità di narrazione. L’effetto magnetico esercitato ancora oggi dai soldati caduti là in cima è qualcosa di incredibile, difficile da spiegare”.

Anche nel suo nuovo romanzo quindi, come si diceva, tra i diversi scenari che fanno da sfondo alla vicenda compare la montagna. E questo grazie alla volontà di raccontare le peripezie vissute dal nonno, Angelo. “Mi era rimasto un crucio – spiega Loris a Mariagrazia Bonollo e Gianni Manuel -, ovvero quello di raccontare la sua storia americana. Mio nonno ha combattuto la Prima guerra mondiale sul Pasubio, dove è stato catturato. Torna a casa dopo la prigionia nelle condizioni di un morto di fame, come tanti. E quindi se ne va in America”.

“Qui – continua – si è ritrovato di fronte a due mondi: da un lato il suo, quello della miniera e della vita dura americana; dall’altro, invece, quello del proibizionismo e della vita facile. Gli italiani diventavano facile preda della Mano Nera. Mio nonno, però, ha retto: le fatiche della miniera, la necessità di campare per una settimana con lo stesso pollo comprato per farci il brodo. Un racconto al quale ho dato un tocco di giallo, in modo tale da renderlo accattivante. Ma era qualcosa che dovevo fare, sentivo il bisogno di narrare questa storia. È un grande omaggio – conclude – nei confronti di chi, forse più di chiunque altro, mi ha insegnato la parola ‘Storia’, con la s maiuscola”.

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