Attraversare la depressione e avere il coraggio di raccontarla, per far capire cos’è

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Oggi ospitiamo un nuovo post della nostra “contributors” Lara Tessaro, che ci porta dentro alla depressione. Spesso si sente dire che un depresso “deve reagire”, come se fosse un capriccio. Ma non è così. E chi c’è passato lo sa. Buona lettura.

 

Ore 11.17. Provo ad alzarmi. i muscoli, tutti, mi dolgono. Mi trascino alla finestra, accendo una sigaretta di cui non ho voglia e afferro la tazzina del caffè. Cavolo quanto è pesante!! Niente, non riesco. Sposto il posacenere sul tavolino in salotto (mai in vita ho fumato dentro casa) e mi ripongo sul divano. Da lì non sono mai schiodata pur essendo sveglia dalle 6. Niente doccia, niente camminata mattutina, niente colazione. Le mie solite voglie sembrano essersi dileguate. Le persiane sono ancora abbassate e in tutta la stanza regna il buio. Quest’ultimo, mi da conforto. Accompagna i miei socchiusi occhi e il mio corpo agli stremi. Dovrei, a breve, preparare il pranzo. Ma nulla mi fa voglia e nulla mi attira. Anche solo l’idea di masticare mi stanca non poco. La soluzione apparentemente migliore è restare sul divano. Immobile. In silenzio. A guardare o non guardare il soffitto. A dormire o pensare al vuoto che è la mia vita. C’è qualche momento in cui sono propensa ad entrare in doccia: muovo il piede verso il pavimento e già mi passa.

Mi sento sola. Però spengo il telefono, tanto chiunque mi dovesse cercare non allevierebbe la mia sensazione di solitudine. Mi accendo un altra sigaretta. Poi dovrò per forza aprire una finestra e far entrare aria pulita e di pari passo, luce. Quella tanto odiata. Il sole, che per indole amo più di ogni altra cosa, in questi giorni mi infastidisce. Vorrei piovesse. A dirotto. Con tanto di tuoni e lampi. Ogni goccia che cadrebbe mi allevierebbe quella concezione di sono-sbagliata-a-star-chiusa-in-casa.

Mamma mi chiede se voglio aiuto a preparare il pranzo. E io, senza pensarci un attimo, rispondo di non avere fame. E, di nuovo, chiudo gli occhi. Chissà a cosa pensa, là da sola, sveglia con gli occhi chiusi, vi chiederete. A nulla. E a tutto. Ma non il tutto bello e roseo. No. Penso al tutto catastrofico, al tutto negativo, al tutto che puzza di marcio, al tutto che ha una fine e quella fine non è lieta. Penso a come uscire da questo baratro, che di nuovo nel giro di pochi mesi si è ripresentato. Penso a quella dannata doccia dalla quale forse trarrei sollievo. Penso però, anche a come farla finita, questa atroce sofferenza che non ha ne capo ne coda. Una matassa impossibile da sciogliere.

Tutto ha perso il suo senso nel giro di poche ore. L’impegno personale verso il cibo, l’impegno nella ricerca di un impiego seppur sporadico, l’impiego di energie nel cercare di mettere qualche mattoncino alla parete immaginaria che è la mia esistenza. Tutti quei caffè in compagnia, che scopo hanno? Tutte quelle commissioni varie, che scopo hanno? Tutti quei bocconi masticati, che scopo hanno? E tutti quei tentativi dei medici di salvarmi, che scopo hanno? Se potessi inserire parolacce in questo articolo, ce ne sarebbero parecchie perché la rabbia e la frustrazione che a ondate sento, se ne porta appresso qualcuna. Quando non ci sono loro, c’è calma piatta. Silenzio spaventoso. Come un elettrocardiogramma senza picchi. Ansiogeno. Morente.

Il vuoto e il nulla divorano me e il mio tempo e la mia testa, e io non li combatto, non mi riesce, servirebbe troppa forza. Chiudo le porte di casa a chiave per non essere disturbata (nemmeno dai miei) e mi lascio incantare da una candela accesa, unica luce che mi concedo. Presto o tardi, si spegnerà anche lei.

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