Spettacolando – Continuum ridisegna i nostri orizzonti musicali

La serata dell’8 aprile al Teatro Comunale di Vicenza si configurava come un’esperienza sonora e sensoriale di rara intensità, capace di trascendere i confini del concerto tradizionale per avvicinarsi a una vera e propria meditazione collettiva. “Continuum – In the spirit of Ryuichi Sakamoto” non sarebbe stato soltanto un omaggio, ma un dialogo vivo e pulsante con l’eredità spirituale del grande compositore giapponese, reinterpretata attraverso le sensibilità di Alva Noto e Christian Fennesz.
Quando si spengono le luci del Comunale l’atmosfera è sospesa, oltre il sacrale. Le aspettative sono alte quanto la curiosità di sentire qualcosa di unico: saremo preparati all’ascolto? Sul palco due consolle illuminate dal basso, la chitarra di Fennesz, e uno schermo che proietta immagini di suoni come un elettrocardiogramma musicale.
Il tessuto sonoro è minimale e rigoroso, fatto di frequenze pure, glitch digitali e strutture ritmiche quasi matematiche. Non c’è un filo musicale da seguire, almeno per come lo intendiamo di solito. Non cogliamo le battute, non immaginiamo la ritmica, siamo nudi di fronte al palco mentre i suoni iniziano a tagliare l’aria che respiriamo, adeguando il battito cardiaco a ciò che ci sta avvolgendo. Non è musica quella che stiamo ascoltando, è litania atea. Cerchiamo qualcosa a cui aggrapparci, una via da seguire, un luogo da raggiungere, ma è vano ogni tentativo di trovare un senso logico. La strada da percorrere è quella dell’abbandono e il senso è nel viaggio, non nella meta.
Potremmo essere in un bosco, persi nella spiritualità di una cultura che non conosciamo e che forse ci fa paura. Contrastarla per vincerla non è possibile, possiamo solo allargare le braccia, immaginarci in una passeggiata lunare, in un dialogo impossibile con chi non c’è più o che non abbiamo mai conosciuto. Siamo in un anfiteatro a combattere contro dei droni, a difenderci da un attacco di cui non intravediamo forme e proporzioni. Siamo in balia di qualcosa che non possiamo vincere, ma che non possiamo non seguire.
Come un flauto magico, come un canto delle sirene: la paura si trasforma in ansia ma è solo nel lasciare i nostri corpi che troviamo la forza di accettare qualcosa di più grande.
Il suono ci entra nelle ossa, scorre nelle vene, ci toglie il fiato ma ci regala una forma di vita nuova, che ci smuove qualcosa dentro. Immaginare ciò che non vediamo è l’unica scelta che possiamo fare.
Il flusso è continuo e ipnotico, le texture sono dense di riverberi e distorsioni: evocavano paesaggi sonori in costante mutazione, onde che si infrangono, venti lontani, frammenti di memoria. Il dialogo tra i due artisti smuove le acque sulle quali vorremmo camminare, ci indica grotte nelle quali nasconderci, promette una tempesta che travolgerà la nostra barca e ci farà sprofondare negli abissi più profondi. Ci aggrappiamo senza speranza alla scossa che ci salverà.
Solo quando arriverà la luce, quando i nostri corpi immobilizzati riusciranno a liberare un applauso crescente, solo allora sapremo che siamo ancora vivi. Che il viaggio si è sovrapposto al sogno, che la vita reale si è sciolta nella nostra immaginazione. E che noi non siamo più quelli di prima, o almeno non lo siamo stati per due ore.
Quello che sappiamo è che la scelta tra la pillola rossa e la pillola blu, non è solo Matrix: è Continuum.
Paolo Tedeschi
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