Sono arrivati in Italia questa mattina i due connazionali Alberto Trentini e Mario Burlò. Entrambi sono stati liberati ieri dal carcere di Caracas in Venezuela. Sono stati rilasciati ieri dopo oltre 14 mesi di detenzione. Ad accoglierli c’era la premier Giorgia Meloni e il ministro degli Esteri Antonio Tajani.
Le prime parole di Alberto Trentini: “Siamo felicissimi, ma la nostra felicità ha un prezzo altissimo. Non si possono cancellare le sofferenze e questi interminabili 423 giorni. Gli fa eco Mario Burlò: “Gioia immensa toccare la mia bella Italia. Abbracciare i miei figli è stato un piacere immenso. Sono stato sequestrato in un modo abbastanza disumano. Violenze fisiche io onestamente non ne ho avute ma psicologiche sì”.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani: “Ora lavoriamo per liberare gli altri italiani, ce ne sono 42 detenuti dei quali 24 sono politici, però hanno passaporto italiano e venezuelano, ma anche loro devono rientrare”. Tajani, in un’informativa al Senato sugli sviluppi nel Paese sudamericano, ha poi aggiunto: “Oggi si è aperta una nuova stagione per il Venezuela che porta con sé la speranza di stabilità e sviluppo. Una stagione al termine della quale un Venezuela prospero e libero avrà di nuovo il posto che merita nella comunità delle nazioni. Noi saremo al loro fianco a sostegno del cammino verso la democrazia e la libertà”.
Come spiega ad Adnkronos lo psicologo David Lazzari, presidente dell’Osservatorio benessere psicologico e salute, dopo una prigionia lunga, in condizioni difficili, con gli affetti lontani e in un quasi isolamento, il rientro alla vita quotidiana non può essere un semplice ritorno alla normalità. E’ piuttosto un processo complesso di riadattamento. Lento. L’isolamento prolungato e la privazione dei contatti producono effetti sulla psiche e sul cervello in generale. Si tratta di alterazioni della percezione del tempo, di ipervigilanza, difficoltà di concentrazione e di decisione, disturbi del sonno, cambiamenti nella regolazione emotiva e anche nei rapporti con gli altri. Sono risposte adattive a una condizione estrema, non effetti di fragilità personale”, sottolinea Lazzari.