Referendum, Stefani e Filippin faccia a faccia con fair play: ecco le ragioni del Sì e del No

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Nello studio di Senti Chi Parla, il contenitore di dibattiti dell’Eco Vicentino, non c’erano applausi né platee da scaldare. Solo luci, telecamere, microfoni e un tema che da settimane incendia la politica nazionale: il referendum costituzionale sulla giustizia del 2026. Eppure, in un clima che altrove si è fatto rovente, il confronto tra Erika Stefani, senatrice della Lega ed ex ministra, e Rosanna Filippin, deputata del Partito Democratico, ha mostrato un raro equilibrio. Due visioni opposte, ma un tono sorprendentemente rispettoso, quasi un invito implicito a riportare la discussione sul terreno dei contenuti.

La riforma su cui gli italiani saranno chiamati a esprimersi modifica gli articoli 104–107 della Costituzione, ridisegnando l’assetto della magistratura: separazione delle carriere, due CSM distinti e una nuova Alta Corte disciplinare. Un intervento che, secondo i favorevoli, corregge storture storiche; secondo i contrari, rischia di alterare gli equilibri tra poteri dello Stato. Stefani ha difeso il Sì come un passo necessario per “riequilibrare il processo” e “rafforzare le garanzie dell’imputato”. È la linea sostenuta dal ministro Nordio, che in più occasioni ha definito la separazione delle carriere “un adeguamento agli standard europei”. Una posizione che trova sponde anche in parte della dottrina: secondo un’analisi pubblicata su Il Foglio, “la commistione tra giudici e PM è un’anomalia italiana che alimenta sfiducia e opacità”.

Filippin ha invece richiamato l’allarme lanciato da molti costituzionalisti: “il rischio è indebolire l’indipendenza del pubblico ministero”, ha ricordato citando le preoccupazioni espresse da studiosi come Gaetano Azzariti su la Repubblica, secondo cui la riforma “non chiarisce fino in fondo come verrà garantita l’autonomia del PM rispetto all’esecutivo”. Per il fronte del No, il sorteggio nei nuovi CSM non elimina il peso della politica, ma lo sposta: il Parlamento, che compila le liste dei membri laici, diventa un attore ancora più centrale.

Sul tavolo anche il tema dei costi. Il Partito Democratico ha stimato in circa 100 milioni di euro l’anno la spesa per sdoppiare il CSM e creare la nuova Alta Corte. Una cifra contestata dalla maggioranza, che parla di “costi fisiologici”, ma che nessuna relazione tecnica ufficiale ha ancora chiarito in modo definitivo. Il confronto non ha ignorato le scivolate comunicative che hanno segnato la campagna. Dalla frase della capo di gabinetto del ministro Nordio, Giusi Bartolozzi — “votate Sì così ci togliamo di mezzo la magistratura” — al video del deputato Aldo Mattia che trasforma il referendum in una questione di “favori ai cugini”, fino alle parole della premier che collega il No alla liberazione di stupratori. Ma non sono mancate, come ha ricordato Filippin, uscite maldestre anche dall’opposizione. Su questo punto, per una volta, Stefani e Filippin si sono trovate d’accordo: la politica deve “alzare il livello”, abbandonare le provocazioni e tornare a discutere nel merito.

E il merito, in questa diretta contraddista dal fair play, è finalmente emerso. Due idee di giustizia, due modelli di Stato, due letture opposte del rapporto tra politica e magistratura. Nessun urlo, nessuna caricatura dell’avversario. Solo argomenti, differenze nette e un appello condiviso: riportare il dibattito pubblico alla serietà che una riforma costituzionale richiede. Il resto lo decideranno gli elettori, chiamati a scegliere non solo tra Sì e No, ma tra due visioni del futuro della giurisdizione italiana. Un voto che, comunque vada, lascerà un segno.

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