Midterm negli Stati Uniti, sul voto pesano guerra e caro benzina

L’America sceglie. Alle elezioni di midterm è in gioco il controllo del Congresso, attualmente in mano ai repubblicani: in palio tutti i 435 seggi della Camera, oltre un terzo dei 100 del Senato e 36 governatori. Ma per molti si tratta di un referendum su Trump. Una partita più aperta che mai dove in gioco c’è il controllo dell’intero Congresso. La guerra in Iran e il conseguente caro benzina pesano come un macigno sul voto.

E Trump lo sa bene, tanto da rassicurare su un possibile accordo con Teheran anche nelle ultimissime ore prima dell’apertura dei seggi. “I prezzi del petrolio stanno crollando come un sasso, quasi 10 dollari al barile, un record, perché la gente pensa che non ci sarà una guerra con l’Iran. L’Iran vuole una soluzione, il prima possibile. Potrebbe succedere”, le parole su Truth social alla vigilia di quelle che il tycoon definisce “le elezioni di metà mandato più importanti della nostra storia”. Intanto il presidente è passato all’attacco, accusando ancora una volta il Partito democratico per aver “nominato la lista di candidati più estremista e pericolosa della storia americana. Sono i candidati più pericolosi mai presentati”.

Dal canto loro i democratici contestano la linea della Casa Bianca e legano direttamente il caro carburante alla decisione di una possibile entrata in guerra. Il rincaro, sostengono, smentisce le promesse di Trump di abbassare il costo della vita e si somma alle difficoltà legate ai prezzi di alimentari e altri beni. L’opposizione insiste anche sul fatto che il costo del carburante non si ferma al distributore: quando aumentano benzina e diesel, crescono le spese per trasportare merci e produrre beni, con effetti che possono arrivare fino agli scaffali dei supermercati. La Casa Bianca replica che i prezzi torneranno a scendere quando il conflitto sarà finito e rivendica i risultati della propria strategia energetica.

Intanto l’ultimo sondaggio nazionale di Nbc News, condotto tra il 28 e il 30 ottobre, delinea uno scenario da incubo per il tycoon. I democratici registrano infatti un vantaggio di sette punti sui repubblicani nella corsa per il controllo del Congresso, mentre il tasso di disapprovazione del presidente raggiunge il livello record del 60%.

Il sondaggio evidenzia inoltre una diffusa insoddisfazione economica: circa tre elettori su quattro si dichiarano scontenti della situazione del Paese e, per la prima volta in trent’anni di rilevazioni Nbc, la percentuale di chi è insoddisfatto delle proprie condizioni finanziarie (51%) supera quella dei soddisfatti (49%). Inflazione e costo della vita restano le principali preoccupazioni. I democratici hanno un vantaggio di un punto sulla gestione dell’inflazione, mentre i repubblicani conservano un margine di due punti sull’economia e di cinque sulla corruzione. Nonostante il vantaggio nelle intenzioni di voto, soltanto il 29% degli intervistati esprime un giudizio positivo sul Partito democratico, contro il 38% per quello repubblicano. Elevata anche la mobilitazione elettorale: il 70% assegna un punteggio di 9 o 10 su 10 al proprio interesse per il voto, con i democratici avanti di 12 punti tra gli elettori più coinvolti. Tra i repubblicani, il gradimento di Trump raggiunge il 93% nell’area Maga, ma scende al 54% tra quanti non si riconoscono nel movimento.