Fotovoltaico a terra, l’Alto Vicentino chiede regole: “Nessun rischio per il cibo”

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L’Alto Vicentino si mobilita sul tema del fotovoltaico a terra e all’incontro di Malo la promessa degli oltre 50 sindaci presenti è presentare alla Regione Veneto e al governo un documento con le osservazioni di primi cittadini e associazioni d categoria per salvaguardare i terreni agricoli.

E’ un tema sentito quello del fotovoltaico a terra, che se da un lato pone interrogativi sull’opportunità o meno di utilizzare per il fotovoltaico campi agricoli, dall’altro lato vede la necessità di una transizione energetica sostenibile e programmata.

All’incontro, oltre ai primi cittadini del territorio, rappresentanti istituzionali di Regione e governo, maggioranza e opposizioni. Il dibattito sul fotovoltaico a terra infiamma l’opinione pubblica, che quasi sempre non ha strumenti tecnici che consentano di valutare cosa significhi un impianto di fotovoltaico a terra.
Al centro della discussione non c’è solo il cosa fare, ma il come governare un processo che, se lasciato a se stesso, rischia di creare tensioni sociali e squilibri paesaggistici.

“L’incontro si è rivelato un momento importante di condivisone e di preoccupazione del futuro del nostro territorio veneto sull’argomento – ha sottolineato Roberto Marcato, assessore regionale alle Politiche agricole ed Energia – Mi sono impegnato in prima persona, anche su suggerimento del collega consigliere Antonio Marco Dalla Pozza e collegialmente abbiamo deciso di fare incontro tra Terza e Seconda Commissione consiliare, assieme agli assessori regionali competenti sulla materia per condividere le indicazioni, le preoccupazioni e i suggerimenti assieme alle richieste che arrivano dal territorio e trovare successivamente eventuali soluzioni. Il tutto affinché il Veneto possa avere una transizione energetica davvero sostenibile, ovvero da una parte si contempli esigenza di fare energia rinnovabile da fonti rinnovabili e dall’altra che il tutto avvenga nel pieno rispetto dell’ambiente e delle comunità locali”.

I timori di molti sono che il suolo destinato al fotovoltaico porti via terreno all’agricoltura.
Pragmatica la risposta di Arturo Lorenzoni, professore di Economia dell’energia all’Università di Padova ed ex consigliere regionale. Per il docente, esperto di politiche energetiche, il timore che i pannelli solari “mangino” la produzione alimentare è, numeri alla mano, un falso problema: “La produzione fotovoltaica nella nostra regione non mette in discussione la produzione di cibo. Non abbocchiamo al populismo e guidiamo il processo di investimento, come chiaro da tempo. C’è da creare valore reale per il territorio, con investimenti equilibrati e guidati. Definiamo le aree idonee e le aree di accelerazione, come ci chiede la norma nazionale, e non avremo più discussioni e ambiguità, costose per tutti”.

L’incontro di Malo e le proposte dei sindaci potranno avere ripercussioni sul futuro, ma poco potranno fare in realtà per fare per tutte le richieste che avevano già una procedura in corso.
La situazione attuale
Alla data di entrata in vigore del decreto (22 novembre 2025), sono moltissimi i progetti che rimangono ancorati alla precedente disciplina.
Restano infatti disciplinati dalla normativa precedente i progetti per i quali erano già avviate procedure abilitative o autorizzatorie, incluse le valutazioni ambientali, era stata conclusa positivamente la verifica di completezza della documentazione presentata a corredo del progetto. Se la Valutazione Ambientale è già partita e la documentazione è stata dichiarata completa, il progetto resta quindi agganciato alla disciplina previgente.

Perché così tanti impianti?
È necessaria una riflessione sul perché si sia arrivati a una così ampia proliferazione di impianti a terra, a scapito di quelli installati sui tetti. Le ragioni sono diverse. Economiche e speculative: gruppi industriali hanno intravisto importanti ritorni economici. A ciò si aggiunge la difficoltà crescente del settore agricolo, che negli ultimi anni spesso non è stato economicamente sostenibile, rendendo gli imprenditori agricoli particolarmente vulnerabili a offerte molto allettanti.

Tecniche: molti edifici non sono strutturalmente idonei a sostenere impianti fotovoltaici o non hanno un orientamento adeguato. Economiche di scala: realizzare e mantenere 50 impianti da 20 kW su tetto comporta costi nettamente superiori rispetto a un singolo impianto a terra da 1 MW. Di rete elettrica: la rete avrebbe dovuto evolversi da anni in una vera “smart grid”, ma è ancora lontana da una gestione efficiente della produzione fotovoltaica. Non a caso, le nuove normative impongono agli impianti rinnovabili sopra una certa potenza dispositivi di distacco da remoto da parte del gestore della rete.

Cosa si può fare?
Alcune azioni e obiettivi possibili per sedare i timori di sindaci e popolazione sono di carattere tecnico: calcolare quanta superficie agricola è già dichiarata idonea per legge e quanta è già occupata da impianti agrivoltaici, includendola nel minimo dello 0,8% di SAU che la Regione deve individuare; definire per ogni Comune un limite massimo di SAU utilizzabile per impianti fotovoltaici a terra o agrivoltaici, espresso in percentuale, per garantire un’equa distribuzione dell’impatto sul territorio; privilegiare, nell’individuazione delle aree idonee, quelle di proprietà pubblica, così da rendere evidente l’interesse pubblico dell’occupazione del suolo; favorire, in fase autorizzativa, gli impianti destinati alle Comunità Energetiche Rinnovabili (CER); promuovere, presso i livelli istituzionali superiori, misure di incentivazione rivolte sia agli enti pubblici sia ai privati per l’adeguamento strutturale degli edifici non idonei a ospitare impianti fotovoltaici.

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