Addio a Jeio: si è spento il sorriso del gelataio più amato dai vicentini

Lui non l’avrebbe mai chiusa, ma oggi l’iconica saracinesca della sua gelateria in Via Roma, chiuderà per sempre. Eusebio Pozza, per tutti semplicemente Jeio, se n’è andato stamattina, lasciando un vuoto che a Cogollo del Cengio e in tutta la Valle dell’Astico non è solo affettivo: è identitario. Novant’anni da compiere a breve, più di metà dei quali trascorsi dietro un bancone che era diventato un piccolo altare laico della dolcezza, della socialità, della memoria collettiva. Una gelateria, certo. Ma soprattutto un luogo dell’anima.

Da 55 anni, quando nel 1969 rilevò l’osteria di famiglia per trasformarla in gelateria, Jeio era diventato sinonimo stesso di gelato. Non un esercizio commerciale, ma una promessa mantenuta ogni giorno: creme morbide, frutta vera, coni croccanti, e quel sorriso che non era un gesto di cortesia, ma un tratto genetico del suo modo di stare al mondo.
Il locale, nato nel 1898 come taverna “Ai 2 Mori”, era rimasto semplice, ma accogliente. Un luogo dove il tempo sembrava davvero rallentare, come se ogni coppetta fosse un invito a ricordare che la felicità può essere una cosa piccola, ma autentica. La vita di Jeio non è stata solo zucchero. Il padre Abele morì quando lui era appena nato; fu il nonno a diventare faro e guida, insieme alla mamma Anna, donna forte, presenza instancabile dietro il bancone e nella vita. Nel 1990, la notte della rapina, Jeio rischiò di morire. Accoltellato in casa, si salvò grazie al coraggio incredibile della madre, che mise in fuga i malviventi. “È stata il mio angelo custode”, ricordava sempre. La perse nel 2004, e quello fu l’altro grande dolore della sua vita.

Eppure, nonostante tutto, Jeio era rimasto un uomo luminoso. Il suo segreto lo confidava con pudore e orgoglio al tempo stesso: i ragazzi. “Quando entrano con la loro gioia, mi fanno sentire giovane e vivo”, diceva. E non era una frase fatta. I giovani lo cercavano davvero, non solo per il gelato: per lui. Per quel garbo d’altri tempi, per quella capacità rara di far sentire chiunque benvenuto, importante, visto. Per essere sempre di moda, senza mai inseguire le mode. La sua gelateria non era solo un punto di riferimento gastronomico, ma un luogo di comunità. Generazioni intere hanno imparato il gusto dell’estate grazie a lui. Famiglie, ciclisti, bambini con le ginocchia sbucciate, anziani che tornavano a salutare un amico: tutti hanno un ricordo legato a Jeio. E oggi, mentre la notizia della sua scomparsa corre veloce tra Vicenza, l’Alto Vicentino e la Valle dell’Astico, quel ricordo diventa un patrimonio comune. Jeio non era solo un gelataio. Era un custode di tradizioni, un artigiano che ha trasformato un mestiere in una missione, un uomo che ha saputo attraversare oltre un secolo senza perdere mai la sua gentilezza radiosa. La sua morte lascia dolore, certo. Ma lascia anche una scia di dolcezza che non si cancella: quella che ha seminato in ogni cono, in ogni parola, in ogni sorriso.

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