Tav, Possamai sfida Salvini: “Pensi ad ascoltare la contrarietà del territorio”

Per mesi la discussione è rimasta confinata dentro tavoli tecnici, relazioni progettuali, studi di impatto e ipotesi di tracciato. Poi sono bastate poche parole, pronunciate a Padova dal ministro delle Infrastrutture, per trasformare una questione ferroviaria in un caso politico. Quando Matteo Salvini ha spiegato che la scelta progettuale individuata da Rfi è quella destinata ad andare avanti, affidando ai tecnici il compito di definire il percorso e alla politica quello di trovare le risorse necessarie, il messaggio arrivato a Vicenza è stato netto: il tempo delle discussioni starebbe scadendo.
E la risposta di Giacomo Possamai non si è fatta attendere: “Al ministro che mi chiede di fare il sindaco e non il tecnico, rispondo chiedendogli di fare il ministro, e quindi di ascoltare il territorio che sta dicendo in maniera molto chiara che lo scavalco di Settecà è inaccettabile e che la soluzione 1 è una ferita che Vicenza non è disponibile a subire”. Una rivendicazione forte, ribadendo la contrarietà allo scavalco di Settecà e alla soluzione individuata da Rfi, sostenendo che una scelta destinata a segnare la città per i prossimi decenni non possa essere archiviata come una semplice questione ingegneristica. A prima vista il classico confronto tra un ministro e un sindaco appartenenti a schieramenti diversi. In realtà, la frattura corre lungo un’altra linea. Da una parte c’è una visione che sostiene come, una volta conclusa la fase delle valutazioni tecniche, le istituzioni debbano assumersi la responsabilità delle decisioni senza alimentare ulteriori rinvii. Dall’altra emerge la convinzione che il consenso del territorio continui ad avere un peso decisivo anche quando i tecnici hanno già espresso le proprie conclusioni. Non una differenza da poco.
Perché il terzo lotto dell’Alta Velocità, almeno nella lettura che sta prendendo forma in queste ore, rischia di diventare molto più di un’infrastruttura. Sta assumendo i contorni di un simbolo. Da un lato il governo che vuole dimostrare di saper portare a termine le grandi opere. Dall’altro una città che teme di subire una scelta considerata irreversibile. Non è un caso che Possamai, nelle sue dichiarazioni, abbia già spostato il confronto sul terreno della rappresentanza politica, chiamando in causa parlamentari e futuri candidati del territorio. Un passaggio che lascia intuire come la questione possa rapidamente entrare nella campagna elettorale dei prossimi mesi.
Il punto, infatti, non riguarda soltanto dove passeranno i binari. La vera domanda è chi avrà l’ultima parola. Negli ultimi anni Vicenza ha convissuto con cantieri, trasformazioni urbane, promesse di sviluppo e timori ambientali. Attorno alla Tav si sono sedimentate aspettative e diffidenze che vanno ben oltre la singola soluzione progettuale. Per una parte della città l’Alta Velocità rappresenta un’occasione storica di modernizzazione. Per un’altra rappresenta il rischio di nuove ferite urbanistiche in quartieri che già stanno vivendo l’impatto dei lavori in corso. In questo quadro la scelta di Salvini di schierarsi apertamente a difesa del percorso indicato da Rfi ha avuto l’effetto di accelerare lo scontro. E la reazione delle forze civiche e ambientaliste dimostra che il fronte del dissenso potrebbe allargarsi ulteriormente nelle prossime settimane. Non perché un ministro e un sindaco si siano scambiati parole dure. Succede spesso. Ma perché, forse per la prima volta dall’inizio del dibattito sul nodo ferroviario vicentino, emerge con chiarezza una domanda destinata ad accompagnare tutto il percorso dell’opera: se la tecnica indica la strada, fino a che punto la politica può ancora cambiarla?
Possamai e la “finezza” della battaglia locale. C’è poi un tema in punta di politichese, ma tutt’altro che di poco rilievo. Il ministro Salvini sta nazionalizzando il conflitto. La Tav viene presentata come un’infrastruttura strategica che rientra in una visione più ampia della mobilità del Paese, all’interno della quale le valutazioni tecniche assumono un peso determinante. La priorità diventa portare a termine un’opera considerata essenziale per la competitività del Nord Est e per il completamento del corridoio ferroviario tra Verona e Padova. Possamai, al contrario, sta territorializzando la battaglia. Lo dimostra un passaggio tutt’altro che secondario delle sue ultime dichiarazioni. Il sindaco non si è rivolto soltanto ai propri alleati politici. Ha chiamato in causa parlamentari, amministratori e futuri candidati, chiedendo a tutta la rappresentanza vicentina di schierarsi a difesa della città. Un appello che supera gli schieramenti tradizionali e prova a costruire un fronte unitario intorno agli interessi del territorio.
È una scelta politicamente arguta. Perché sposta il terreno del confronto. Se la vicenda viene letta come un normale scontro tra centrodestra e centrosinistra, il governo può contare sulla compattezza della propria maggioranza. Se invece diventa una questione che oppone Vicenza a una decisione percepita come calata dall’alto, allora il ragionamento cambia. E cambia soprattutto per il centrodestra vicentino, chiamato a trovare un difficile punto di equilibrio tra la fedeltà all’esecutivo e le richieste che arrivano dal territorio.
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