Bimbo in comunità dopo la separazione perchè non vuol vedere il padre. Le associazioni: “E’ antiscientifico”

Ha suscitato un forte dibattito la sentenza del Tribunale di Vicenza che la scorsa settimana ha mandato in comunità un bambino di otto anni dopo la separazione dei genitori in quanto non voleva più vedere il padre. Secondo quanto riportato dal Giornale di Vicenza, il bambino avrebbe paura del genitore ma per la consulente del giudice sarebbe affetto da quella che viene chiamata “alienazione parentale”.
La presa di posizione di Donna Chiama Donna e Movimentiamoci
Donna Chiama Donna nella persona della presidente Maria Zatti e l’associazione Movimentiamoci Vicenza nella persona della presidente Emanuela Natoli, sono da sempre al fianco delle donne e dei loro figli nella lotta contro ogni forma di violenza: fisica, economica, psicologica, verbale e istituzionale. “La notizia che riguarda l’allontanamento di un bambino di otto anni dalla madre e il suo inserimento in comunità, ci colpisce e ci indigna profondamente – dicono le due presidenti -. Ancora oggi, nonostante anni di battaglie, denunce pubbliche e strumenti giuridici esistenti, accade che una donna che trova il coraggio di denunciare un ex compagno violento venga esposta a una violenza ulteriore, spesso ancora più devastante: una violenza che colpisce lei e, soprattutto, i suoi figli”.
“I minori – proseguono le due associazioni – continuano a essere le vittime più esposte e indifese di questo sistema. È un copione che si ripete da anni. Ma a questo copione non possiamo e non vogliamo rassegnarci. La cosiddetta alienazione parentale non è riconosciuta né dal Ministero della Salute né dal Ministero della Giustizia ed è ampiamente sconfessata dalla comunità scientifica internazionale. È pertanto inaccettabile che continui a trovare spazio nelle aule dei tribunali, dove viene utilizzata come strumento ritorsivo contro le donne vittime di violenza e contro i loro figli, che la società ha il dovere di proteggere. Nel caso di Vicenza, un minore è stato sottratto alla madre sulla base di una perizia. Ancora una volta assistiamo a un’applicazione rigida e ideologica del principio di bigenitorialità anche in presenza di un padre maltrattante e di un rifiuto espresso dal bambino”.
“In questi contesti – aggiungono Zatti e Natoli – il rifiuto del minore viene troppo spesso attribuito a una presunta manipolazione materna, senza mai considerare seriamente l’ipotesi più semplice e più frequente: che il bambino abbia paura. La comunità scientifica internazionale è chiara: la violenza subita direttamente o assistita dai minori produce gravi conseguenze psicologiche, del tutto assimilabili a sindromi post-traumatiche croniche. Tali traumi incidono in modo profondo e duraturo sulle strutture cognitive, emotive e relazionali dei bambini, compromettendone lo sviluppo e l’intera vita futura. Impedire a un bambino di vivere con il genitore che lo ha protetto nella stragrande maggioranza dei casi la madre è spesso molto più devastante che non riconoscere e affrontare seriamente la pericolosità di una figura paterna violenta, assente o temuta”.
“Un bambino che rifiuta il padre – aggiungono Donna Chiama Donna e Movimentiamoci – non è automaticamente un bambino ‘manipolato’: può essere un bambino che non ha mai costruito un legame di attaccamento sicuro, può essere un bambino che ha assistito a violenze. può essere un bambino che ha subito violenze, può essere, semplicemente, un bambino che ha paura. Perché questa realtà viene sistematicamente rimossa? Perché nessuno indaga davvero sulle ragioni del rifiuto del minore? Perché la responsabilità ricade quasi sempre e solo sulla madre? Basterebbe leggere e applicare la Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia nel 2011. In particolare, l’articolo 31 stabilisce che: i giudici devono tenere conto degli episodi di violenza domestica nelle decisioni relative all’affidamento e al diritto di visita; l’esercizio di tali diritti non deve mai compromettere la sicurezza della vittima o dei bambini; devono essere privilegiate soluzioni idonee a garantire protezione e sicurezza, incluso l’affido esclusivo, superando automatismi e mediazioni standardizzate”.
“Le madri che denunciano – concludono le due associazioni – non devono essere demolite. Devono essere sostenute. I loro figli hanno diritto a restare con il genitore che li protegge, non a subire ulteriori traumi istituzionali. Vogliamo chiarire con fermezza che questa presa di posizione non intende in alcun modo screditare il lavoro prezioso svolto dalle reti di accoglienza, dalle comunità educative e dagli operatori e operatrici che agiscono quotidianamente in contesti di grande fragilità con professionalità e dedizione. La nostra critica è rivolta esclusivamente a un sistema decisionale che, a monte, continua a non riconoscere adeguatamente la violenza maschile sulle donne e sui figli e che produce scelte capaci di aggravare, anziché ridurre, il danno subito dai minori. Costringere un bambino a vivere con il padre o a essere collocato forzatamente in una struttura contro la sua volontà, senza aver mai affrontato seriamente la questione della paura, significa infliggere una violenza ulteriore, di stampo autoritario, che nulla ha a che vedere con la tutela”.
“Di fronte a un rifiuto netto e reiterato del minore – affermano le due associazioni – la domanda da porsi dovrebbe essere una sola, semplice e urgente: il bambino ha paura? E se ha paura, davvero la soluzione è strapparlo alla madre e collocarlo altrove? Chiediamo con forza che la Convenzione di Istanbul venga applicata integralmente, senza ambiguità né scorciatoie. Di fronte alla violenza, in tutte le sue forme, la risposta deve essere una sola: ferma, coerente, compatta. Nessuno sconto. Nessuna giustificazione. Tantomeno istituzionale”.
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