Spettacolando – Le favole di Arianna Porcelli Safonov strappano risate al Comunale di Vicenza

Arianna Porcelli Safonov, con il suo Omeophonie – Favole omeopatiche per adulti, strappa risate a scena aperta: al Comunale di Vicenza lo scorso 30 gennaio sembra d’essere in una puntata di Lol o di Zelig. Visto da una certa prospettiva è inaspettato (lei non dovrebbe essere una comica): allo stesso tempo è prova lampante di quanto sia brava, davvero brava.

Sapere chi hai davanti può essere utile: non certo a capire chi lei sia, né se la si può considerare scrittrice, autrice, performer satirica. Può aiutare però a capire che forse non è il caso di aspettarsi uno spettacolo comico, senza certo impedire risate liberatorie. Soprattutto se è venerdì sera, soprattutto perché non si può avere uno sguardo verso il mondo senza fare un lungo sospiro prima di trovare la forza di andare avanti.

Nata a Roma da padre russo e madre ligure/milanese, avrebbe voluto fare l’artistico, ma la madre la spedì a pedate al Classico. Non era una secchiona ma neppure così ribelle da negare ai genitori una laurea in Lettere e filosofia. Cede poi alle lusinghe del luccichio del mondo moderno, frizzante e vaporoso, lavorando nell’organizzazione di eventi, tra New York e Madrid. Superati i trent’anni molla tutto, si trasferisce in uno sperduto paesino degli appennini (abitato da meno di dieci persone) e alla domanda: ora che faccio? Si risponde: studio teatro. E poi inizia a raccontare (in varie forme) delle cose che ha visto, pensato, immaginato, inventando un modo tutto suo per farlo.

Sono piccole storie di paradossi della vita moderna quelle che racconta Porcelli Safonov, che si muove con principesca eleganza, dialogando col pubblico. Sul palco è supportata da Renato Cantini e Michele Staino, i compagni di viaggio che impreziosiscono la serata regalando un accompagnamento musicale che si sovrappone alle sue parole, creando un flusso continuo con meravigliosi virtuosismi. I due musicisti scandiscono i tempi e ci accompagnano nelle fiabe immaginarie di Arianna, tenendoci per mano; per non perderci, per non cadere nel filo teso da lei, per indurci ad abbandonarci completamente.

C’è mai stata un’epoca in cui non si vuole pagare un lavoratore perché esso stesso dovrebbe essere grato della visibilità che riceve? Dove l’opportunità di esser notato avrebbe più valore del denaro? Un mondo in cui girare con una bici pieghevole fa di noi persone fighe, almeno quanto fare la raccolta differenziata è marchio etico di un individuo? Il lavoro come tratto identitario, il consumismo per necessità di assomigliare agli altri, ed essere dunque accettati. Un mondo dove se ti comporti da uomo (qualunque cosa voglia ancora dire) puoi essere adorato e/o insultato, mentre se non lo fai (e non metti le scarpe giuste) vieni schiacciato, amato e deriso, tutto senza distinguere chi sta facendo cosa? Un mondo dove il jazz non scalda i cuori degli emarginati della Luisiana ma quello degli intellettuali radical chic (evoluzione moderna dei comunisti col Rolex). Un mondo dove il punto più alto lo puoi raggiungere guardando dall’alto in basso qualcuno mentre gli dici: davvero non l’hai letto? E allo stesso tempo ingaggiare un animatore anziano con problemi di dipendenza dalla droga, per intrattenere i figli dei tuoi amici ricchi alla festa di compleanno di tuo figlio ( anche perché tu con lui non ci sai giocare – o non ne hai voglia – o sei più competitivo di loro).

Lo spettacolo di Arianna è un viaggio attraverso le icone del mondo che viviamo, dove puoi usare la parola “design” per giustificare investimenti indecenti, errori madornali e soprattutto il vuoto cosmico che attanaglia le nostre anime. E’ ironia, autoironia, sarcasmo senza soluzione di continuità quella quello che comunica Arianna Porcelli Safonov quando appare sul palco come scesa da un altro pianeta e sussurra che le hanno detto che il parcheggio di fronte al teatro è usato dai cittadini per poi andare in centro a bere gli spritz (risata). Per poi raccontare stupefatta che il Veneto è la regione d’Italia dove riscuote più successo, e non sa perché: e nel mentre lo dice, incredibilmente, di nuovo, tutti ridono.
In un certo senso le risate che strappa Arianna Porcelli Safonov a tutti noi assomigliano a quelle di Paolo Villaggio, che attraverso Fantozzi raccontava un sogno che stavamo inseguendo tutti, pensando che raggiungerlo ci avrebbe reso felici. Non ci ha resi più felici il consumismo, facilmente non lo farà in design.

Paolo Tedeschi

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