La ‘Vaca Mora’ rivive in un plastico: “E’ un atto d’amore per un treno che è storia”

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Quando parla della Vaca Mora, gli brillano gli occhi. Non è nostalgia, è qualcosa di più profondo: un legame affettivo con una ferrovia che ha segnato un’epoca e che oggi sopravvive soprattutto nei ricordi. Ivo Bettanin di Dueville, classe 1955, ex commerciante d’abbigliamento, è uno di quelli che non si rassegnano alla scomparsa di quel trenino che arrancava sul Costo a dieci chilometri all’ora. E così ha deciso di farlo rivivere, centimetro dopo centimetro, nel suo laboratorio.

“Fin dall’età di sei anni coltivo la passione per il trenino – racconta Bettanin – ma volevo ch questa non si limitasse a qualcosa di astratto. Così nel 2002 mi sono diplomato geometra al Canova di Vicenza. Quel diploma mi ha cambiato la vita: da lì ho iniziato a costruire plastici realistici, non più solo di fantasia”. Prima la Costa dei trabocchi, poi la “Carnica” di Tolmezzo e infine, dopo la Vicenza–Schio, è arrivata la sfida più ambiziosa: ricostruire la Rocchette–Asiago. Forse la più iconica e rappresentata: la linea inaugurata nel 1910 e chiusa nel 1958, lunga poco più di 21 chilometri, con sette stazioni e un tratto a cremagliera che superava il Costo. Una ferrovia che ha collegato l’Altopiano alla pianura, ha sostenuto la Grande Guerra, ha trasportato marmo, legname, turisti, speranze. Una ferrovia che tutti chiamavano Vaca Mora per il colore scuro delle locomotive e il loro passo lento e affaticato.

“L’idea è stata quella di creare ciò che le persone amano e ricordano con tanta nostalgia – spiega l’artista – e la Rocchette–Asiago senz’altro è rimasta qualcosa che affascina anche i più giovani. Così mi ci sono dedicato giorno e notte: per farlo, ha lavorato come un archivista, un tecnico ed un esploratore insieme. Mi sono documentato ovunque: biblioteche, mostre, eventi fotografici, internet. Ho usato immagini satellitari e poi sono andato sul posto. Solo così ho potuto rilevare misure e fotografare i manufatti ancora esistenti, comprese tutte le gallerie lungo il percorso”. E il plastico è  davvero un’opera monumentale in scala 1:87: “Il materiale di base è il polistirene estruso, leggero e resistente. Sopra ho posizionato più di 20 metri di binari, scali merci, depositi. Montagne, gallerie, muri: tutto inciso e dipinto a mano. I tetti e i muri dei fabbricati sono in cartoncino. Poi ho rifinito con colla vinilica, sabbia, erbette, alberi sintetici, pali del telegrafo, figuranti in miniatura”. Un capolavoro di dettagli e di dedizione che sono un atto d’amore per il nostro territorio: “Otto mesi di pura concentrazione creativa -sorride – gli amici mi chiamano Ivo il proattivo e forse un po’ lo sono davvero”.

Ma la magia accade quando il plastico incontra il pubblico: “La cosa più gratificante è la gioia dei bambini, ma soprattutto i ricordi che si accendono negli adulti. La Vaca Mora non è solo un trenino: è un pezzo di storia, un rimpianto. Una ferrovia turistica tra le più belle d’Europa, persa per sempre”. Parole che quasi non terminano di essere pronunciate che lo sguardo di Bettanin si cristallizza, come se guardasse oltre il plastico. “Quello che è rimasto del trenino che saliva verso Asiago è il valore storico e il rimpianto per la perdita di una ferrovia che ha fatto crescere un intero comprensorio. Molti sarebbero favorevoli alla riattivazione. Se resterà un sogno, almeno questo plastico lo ravviva sicuramente”. E mentre lo dice, la Vaca Mora e li che sembra quasi voler sbuffare. Non più sul Costo, ma su un banco da lavoro. Eppure, per chi la guarda, sembra di sentire ancora quel respiro lento, ostinato, che per quasi cinquant’anni ha portato l’Altopiano un po’ più vicino al mondo.

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