Incoscienti giovani: si sono persi loro o li abbiamo smarriti noi?

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La settimana che si è appena conclusa nel Vicentino è stata l’ennesimo pugno allo stomaco della coscienza: risse tra giovani a Schio, ragazzi che nottetempo si gettano in strada a Sarcedo per spaventare gli automobilisti, un incendio a Cogollo acceso come fosse un gioco senza conseguenze. Non stiamo parlando di fantasmi, né di categorie sociologiche buone per i talk show. Sono i figli dei nostri vicini, dei nostri colleghi, delle “famiglie per bene”. Sono i nostri figli. Ragazzi che salutiamo ogni mattina, convinti che la normalità e la buona sorte basti a proteggerli. E invece no.

C’è una domanda che dovrebbe perseguitarci, una su tutte: quando abbiamo smesso di vederli? “Maranza”, dicono alcuni, per confinare tutto dentro un “brand negativo” che assolve molti adulti e condanna i ragazzi di un’origine che è sin troppo facile etichettare. Ma la realtà è che non importa chi siano. Importa dove li abbiamo smarriti. Importa capire perché oggi ci basta indignarci, urlare sui social, chiedere pene esemplari, per sentirci virtuosi e sistemarci la coscienza come si chiude una porta di una stanza dove non si vuole più guardare dentro. Certo: talvolta, punire è necessario. Ma punire non è prevenire. E punire, molto spesso, non è recuperare.

Intanto la provincia si svuota. Gli oratori, un tempo rifugi sicuri, oggi sono oasi in un deserto sempre più arido, presidi che resistono mentre attorno tutto si sfilaccia. Le associazioni arrancano sotto il peso della burocrazia e dell’assenza di volontari troppi spesso bistrattati, le palestre chiudono presto e non sempre sono luoghi così affidabili, i comuni fanno quello che possono. Se fanno. Perché a volte paga di più una strada asfaltata che un progetto sociale. E i ragazzi? Vanno dove trovano spazio: in strada, nei parchetti, nei centri commerciali, online. Bighellonano. A tarda ora, nella rete e fuori. Luoghi dove nessuno li guida, nessuno li ascolta, nessuno li contiene. E sui social, intanto, esplode la rabbia: video, denunce, commenti violenti, richieste di punizioni immediate. Una folla digitale che urla, giudica, condanna. Me li immagino nitidamente questi novelli Salomone con la schiuma alla bocca. Accalorati sí, ma non per le temperature di un’estate torrida. E più hanno di che interrogarsi – magari guardando sommessamente alla propria cerchia familiare – più puntano il dito contro gli altri con gli occhi iniettati di sangue. Ma di proposte nemmeno l’ombra. Nessuna idea. Nessuna visione. Solo la soddisfazione feroce e un po’ sadica di aver trovato un colpevole.

La tecnologia ha tolto il gusto della noia, quella noia che un tempo costringeva a inventare, a cercare, a crescere. I genitori e i nonni, spaventati che ai figli manchi qualcosa, hanno finito per dare tutto prima ancora che venga chiesto. E così è nato un tempo dove tutto è immediato, tutto è disponibile, tutto è maledettamente subito. Senza conquista. Senza attesa. Senza fatica. Confidando colmi quel che i soldi non comprano. E la scuola, che dovrebbe essere il presidio più solido, vive una contraddizione feroce: eccellenze straordinarie accanto a docenti loro malgrado impreparati ad un ruolo cruciale più di ogni altro, spesso lasciati soli da un ministero più attento alle tracce d’esame e al parterre delle assemblee studentesche, che alla formazione degli educatori. E mentre il mondo corre, la scuola inciampa. E i ragazzi restano sospesi, come se nessuno sapesse più davvero dove e come accompagnarli.

E allora arriva la provocazione, quella che molti sussurrano e qualcuno ormai grida: riformatori vecchio stampo e carcere duro già a 14 anni, così non ci pensiamo più. Confiniamoli. E che si arrangino. Del resto “se la sono cercata”, no? Ma ci arrendiamo così e sia quel sia oppure vogliamo provare a farci delle domande? Domande vere, scomode, profonde: sui genitori che hanno smesso di dire no e di fare la fatica di essere genitori a tempo pieno; sulla scuola che non riesce più a essere casa di cultura e di vita; sulle comunità che hanno smesso di essere comunità; sulle istituzioni che hanno smesso di investire in spazi e relazioni.

Perché la verità è che questi ragazzi potrebbero non essere il problema, ma il sintomo. Il sintomo di adulti che hanno smesso di interrogarsi e hanno iniziato a giudicare. Il sintomo di un presente che corre così veloce da dimenticare chi resta indietro. Il sintomo di una comunità che ha delegato l’educazione ai cellulari, ai social, alle intelligenze artificiali, dimenticando che i bisogni dei ragazzi del 2026 sono gli stessi di sempre: essere visti, essere ascoltati, essere coinvolti. Provate a riunirli: dategli dei giochi in scatola, due fornelli dove farsi una pasta, una stanza dove portarsi il sacco a pelo e condividere una notte. Magari due lattine di birra, se volete proprio esagerare. Potreste scoprire che i loro sguardi hanno quel luccichio della gioia spensierata di un ragazzo nato cinquant’anni fa. E allora la domanda finale non è cosa fare con loro. La domanda finale è cosa fare con noi. Perché loro sono il nostro futuro. Ma noi, oggi, siamo il loro presente.