Spettacolando – Nell’Iliade di Tindaro Granata il coraggio dei codardi è il nostro

Settembre e ottobre a Vicenza vuol dire spettacoli classici. Ed entrare in Basilica per assistere a “Iliade. Il coraggio dei codardi”, produzione La Piccionaia con la regia di Tindaro Granata, significa entrare in uno spazio che ingloba il peso della storia. La storia impone un continuo confronto, e come già in passato possiamo e forse dobbiamo porci una domanda che non avremmo più voluto porci: cosa significa davvero avere coraggio?
Il coraggio dei codardi non è una provocazione né una contraddizione, è piuttosto un quesito che impone di indagare in una profondità alla quale non siamo più abituati. Quante volte è aleggiata in noi la domanda: cosa faremmo se ci chiamassero alle armi? Se chiedessero a nostro figlio di imbracciare un fucile o pilotare un drone per togliere la vita a persone di cui non conosciamo il nome, il viso, la storia, con il pretesto di difendere i confini di una terra che pensiamo ci appartenga, o peggio, per conquistare spazi che ci hanno detto essere importanti per la nazione, per la sua sicurezza, per la sua prosperità? Chi ha più coraggio? Chi si rifiuta di obbedire a un ordine che non condivide o chi accetta a prescindere in nome di un presunto senso di responsabilità? Chi è davvero il nemico?
Tindaro Granata, illuminato come sempre, dirige Francesco Wolf in un monologo toccante, dove il corpo si muove di pari passo con la mente, col cuore e la coscienza, con tutte quelle sensazioni che l’essere uomo ha spesso impedito a se stesso di esprimere. Un vero uomo combatte quando gli è chiesto, perché quello è il suo dovere. Non scappa di fronte al pericolo, ma gli va incontro.
Così, in una sera in Basilica, il mito di un personaggio minore si confonde con quello terreno, mettendo a nudo o forse in luce, ciò che può significare essere uomo, anche e soprattutto ora.
La guerra di Troia diventa di nuovo contemporanea e come sempre specchio della vita tra gli umani. Chi è davvero Persite, colui che con inaccettabile presunzione si era permesso di attaccare Agamennnone di avidità e ingiustizia verso i soldati e che portò Odisseo a percuoterlo con lo scettro regale? E’ uno sbruffone invidioso e svogliato o colui che mette a nudo le bassezze di due miseri maschi, la cui grandezza è sancita dal bottino di monete d’oro e dal numero di femmine schiavizzate?
Tradotto ai giorni nostri: combattiamo per difendere i nostri cari o per smania di potere? Per esportare la democrazia o per il petrolio? Per la sicurezza o per il potere che deriva dal controllo?
Persite è rappresentato con una camicia di forza. E’ rappresentato pazzo. Porsi domande senza risposte non può che portare a questo. Ma di fronte all’egoismo, l’avidità, il delirio di un’umanità senza più la scusa del non sapere, possiamo non chiederci chi sia l’eroe ma potremmo avere il coraggio di dire: io questa guerra non la voglio. O ammettere che la guerra ci sta bene, perché per mantenere quello che abbiamo, dobbiamo pur depredare qualcuno.
Paolo Tedeschi