Saviano, brividi al Sacrario: “La guerra è l’ultima verità dell’uomo”

Non una lezione di storia, non una conferenza, ma un racconto potente e necessario. Nella suggestiva cornice del Sacrario Militare di Asiago, illuminato da fasci di luce che al termine della serata di ieri si sono ricomposti nei colori del tricolore, Roberto Saviano ha offerto a centinaia di persone un monologo intenso e coinvolgente dal titolo “In trincea: dalla Grande Guerra all’Ucraina”, scritto appositamente per l’occasione.
Famiglie con bambini, molti giovani, cittadini e turisti hanno gremito uno dei luoghi simbolo della memoria nazionale, dove riposano migliaia di soldati italiani e austro-ungarici. Un luogo, ha ricordato lo scrittore, che non celebra la guerra, ma ne custodisce il prezzo umano. Da qui è partito il viaggio narrativo dell’autore di Gomorra, un percorso tra le pagine degli scrittori della Grande Guerra, le testimonianze dei reduci e le drammatiche analogie con i conflitti contemporanei. “La guerra che pensavamo consegnata ai libri di storia è tornata nel cuore dell’Europa”, ha osservato Saviano, richiamando le immagini delle trincee del Donbass, dove il fango, l’attesa e la morte ricordano da vicino quelle del Carso e dell’Altopiano di oltre un secolo fa.
Il cuore del monologo è stato il divario tra la narrazione eroica della guerra e la sua realtà concreta. Attraverso i racconti di Blaise Cendrars, Henri Barbusse, Emilio Lussu ed Ernst Jünger, Saviano ha restituito al pubblico il volto autentico del conflitto: non la gloria, ma la paura; non il trionfo, ma la sopravvivenza. Soldati mandati all’assalto sapendo di avere poche possibilità di tornare, corpi lasciati per mesi tra le trincee, giovani che combattono non per astratti ideali patriottici ma per proteggere il compagno accanto a loro. “Ho ucciso perché volevo vivere, non perché volevo vincere”, è una delle riflessioni che meglio sintetizza il senso del racconto. La guerra, secondo Saviano, rivela l’uomo nella sua forma più estrema: il mite che diventa feroce, il feroce che scopre la paura, l’ateo che prega, il devoto che dubita.
Particolarmente toccante il passaggio dedicato agli ospedali da campo e ai mutilati del primo conflitto mondiale. Uomini senza volto, senza arti, segnati per sempre dalla violenza delle schegge e dei gas, che nel dopoguerra attraversavano città e paesi per mostrare cosa fosse davvero accaduto al fronte. Il loro messaggio era semplice e universale: “Mai più”. Eppure, ha ricordato lo scrittore, quel monito è stato progressivamente soffocato dalla propaganda e dalla retorica, fino a permettere il ritorno della guerra nella storia europea. Una riflessione che Saviano ha esteso al presente, interrogandosi sulle nuove tecnologie belliche, dai droni alle guerre combattute a distanza, dove il rischio è quello di anestetizzare la responsabilità morale della violenza.
Tra i momenti più emozionanti della serata, il racconto finale di una leggenda nata nelle trincee: quella del soldato che, sfidando gli ordini, torna sul campo di battaglia per recuperare un compagno creduto morto. Quando rientra, il capitano lo rimprovera per aver rischiato la vita inutilmente. Ma il soldato risponde: “Non è stato inutile. Quando sono arrivato era ancora vivo e mi ha detto: sapevo che saresti tornato”. Una storia semplice, quasi sussurrata, che ha lasciato il pubblico in silenzio. Perché, al termine di un racconto durissimo sulla guerra, Saviano ha indicato proprio nell’amicizia, nella fedeltà e nell’umanità condivisa l’ultimo baluardo contro la barbarie. L’evento si inserisce nella quarta edizione della rassegna culturale e politica ideata e condotta da David Parenzo e Alessandro De Angelis, ormai appuntamento di riferimento dell’estate altopianese e patrocinata anche dalla Commissione Europea. Il monologo andrà in onda in esclusiva su La7 nel mese di settembre, portando ancora una volta Asiago e il suo Sacrario all’attenzione nazionale. Una serata che ha saputo unire memoria, riflessione civile e partecipazione, restituendo alla “perla dell’Altopiano” il ruolo che la sua storia merita: quello di luogo dove il passato continua a interrogare il presente.
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