Spettacolando – Cocciante, l’intramontabile, si prende il cuore dell’Arena

Domenica 27 settembre l’Arena di Verona ha accolto Io… Riccardo Cocciante nel 2026, una serata che profumava di celebrazione: gli ottant’anni dell’artista, i cinquanta di “Margherita” e mezzo secolo di musica. Più che un anniversario è stato un confronto diretto fra l’uomo, la sua musica e il tempo. E naturalmente il pubblico, nel quale si è voluto specchiare e col quale ha interagito quasi a cercare conferma di un passato, che passato non è mai stato.
Cocciante è stato un cantautore di riferimento negli anni 80 ma non c’è mai stata sfida con i maestri di quel periodo. Non perché non avrebbe potuto confrontarsi con i vari De Gregori, De Andrè, Dalla ma perché giocava un altro campionato: la vera sfida è sempre stata con se stesso. Così, mentre quei mostri sacri indagavano la nostra anima e la nostra mente, disegnando nel cielo traiettorie che da soli non avremmo potuto individuare, lui colpiva diretto al cuore. Come se non gli interessasse altro.
Tutto vestito di bianco Cocciante ha aperto la scena con “La grande avventura”, come a determinare il senso di un viaggio, seguita da “Ora io che sono Luce” e “Uomo”. Passo dopo passo ha riportando alle origini un percorso artistico non catalogabile, perché Cocciante ha attraversato il pop, la canzone d’autore, il rock, la musica teatrale, arrivando a costruire con Notre-Dame de Paris una delle opere popolari più fortunate della musica contemporanea italiana.
Guardando indietro però, Notre-Dame de Paris sembra quasi una pausa da lui stesso: è diventata una pietra miliare, certo, ha fatto la storia, sì. La sensazione che resta però, è che quel progetto fosse un “posso fare anche questo”, ma lui, per i presenti all’Arena, era e rimarrà quello delle canzoni che ascoltavamo quando stavamo male e cercavamo il conforto nella musica. Non quel conforto piacione, fatto di paroline dolci per alleviare le ferite, ma di sberle in pieno viso per svegliarci, per farci trovare la forza di reagire.

Avevamo bisogno di sapere che non eravamo soli, che quella cosa che ci aveva umiliati, schiacciati, sconfitti, sbeffeggiati, non era capitata solo a noi. Non ce l’eravamo inventata, non era solo nella nostra testa, era vera, reale, e faceva un male cane.
Non sapevamo cosa significasse soffrire per amore né ce ne capacitavamo. Non riuscivamo a decifrare i comportamenti, a capire il senso dei gesti; non avevamo nemmeno le parole per descrivere quella cosa che ci toglieva il sorriso, l’appetito, la voglia di vivere. Avevamo paura e avremmo voluto nasconderci, restare in silenzio: lui ci ha dato la forza di gridare verso quella Bella senz’anima, ci ha fatto capire che era lei a farci pena e non il contrario. E che un amore può finire, senza una ragione, né un motivo, perché non c’è mai una ragione perché un amore debba finire.

Lo urlava a squarciagola e noi, che avevamo bisogno di spurgare quel dolore, abbiamo potuto farlo con lui, o da soli in camera, o con quell’amico per il quale non avremmo diviso una montagna, ma per il quale saremmo andati certamente a piedi, fino a Bologna.
Cocciante non ci ha dato una spalla su cui piangere né offerto spunti per l’autocommiserazione: ci ha dato la forza di reagire. Seppur a pezzi, avevamo davanti Margherita, il sole, il sale, la luce, l’immagine di un amore da sognare ancora, da raggiungere: Margherita era la speranza che potevamo ricostruire.
Adesso che siamo più grandi, e forse più consapevoli, riusciamo a capire il senso di “Era già tutto previsto”, e magari, davanti a quella seggiola non ci caschiamo più, ma manteniamo intatta la voglia di pedalare senza fretta, la domenica mattina.
Forse è stata quella la forza di Cocciante: dire la verità, urlare di rabbia senza smettere di credere che l’amore sia l’unica strada, mentre quella goccia di brina che ci troviamo tra i capelli ci aiuterà a riconoscerla.

Paolo Tedeschi
Ps: non è mancato il solito omaggio a Rino Gaetano, che ha reso celebre e immortale “ A mano a mano”. Cocciante l’ha cantata a modo suo, non per riappropriarsene, ma quasi per dire che come la cantava Rino, la cantava solo lui.