Cultura, si è spento a 73 anni David Riondino

Lutto nel mondo della cultura e dello spettacolo. Si è spento a 73 anni David Riondino. Cantautore, attore, ‘filosofo’ per il mitico Lupo solitario di Antonio Ricci, scrittore, regista, commediante per il teatro comico, principe del sarcasmo in tv anche per il Maurizio Costanzo show, tra impegno e leggerezza Davide Riondino era tra gli artisti più poliedrici della scena italiana.
Cantante, scrittore, drammaturgo, attore, regista, negli anni ’80 Riondino ha collaborato come verseggiatore satirico con varie riviste storiche di satira e controcultura, tra cui Tango, Cuore. Ma anche Comix e Linus: negli anni 90 e nel nuovo secolo con Il Male di Vincino e Vauro, e l’Unità di Staino. Negli anni 70, con il Collettivo Victor Jara, ha inciso due dischi per i circoli Ottobre: Collettivo Victor Jara e Non vi mettete a Spingere. Dagli anni ’80, ha pubblica altre canzoni in dischi come “Boulevard”, “Tango dei Miracoli”, con illustrazioni di Milo Manara. Sua è la canzone “Maracaibo”, interpretata da Lu Colombo, diventata una hit nel 1981. Nel 1987, ha messo Paolo Rossi, mette in scena “Chiamatemi Kowalski” e poi “La commedia da due lire”. Ha collaborato negli anni successivi, in cinema e teatro, con Sabina Guzzanti.
Il ricordo della Regione Toscana. Scrive il governatore Eugenio Giani: “Con la scomparsa di David Riondino la Toscana perde una delle sue voci più originali e rappresentative, un artista capace di raccontare l’identità della nostra terra con intelligenza, ironia e profondità. Nel corso della sua carriera ha saputo attraversare linguaggi diversi, dalla musica al teatro, dalla radio alla televisione, mantenendo sempre un legame autentico con le radici culturali toscane. La sua capacità di unire tradizione e innovazione, parola e musica, lo ha reso un punto di riferimento per intere generazioni”. “Il progetto della ‘Scuola dei Giullari’, che aveva avviato con passione, testimonia il suo impegno verso i giovani e la volontà di trasmettere conoscenza e creatività. È un’eredità preziosa che la Toscana non disperderà, ma che anzi dovrà continuare a coltivare nel suo nome”.