Sanità nell’Alto Vicentino, il corteo di sabato scorso ha detto che “il Re è nudo”

Aveva sui 70 anni e sabato in viale dell’Industria a Schio procedeva con un passo incerto, appoggiata da una parte a un bastone e dall’altra al braccio di un’amica. “Vengo da Magrè, non potevo mancare a un corteo per difendere la nostra sanità. Son voluta venire anche se sono stata operata per un’angioplastica solo un mese fa. Mi hanno curata bene, son bravi i medici dell’ospedale, ma son trattati come pezze da piedi”.

Potrebbe essere lei, questa anziana scledense in cammino per difendere il servizio sanitario pubblico nel territorio dell’Alto Vicentino, il simbolo delle persone (fra 3500 e 4000) partite sabato pomeriggio dal PalaRomare di Schio e giunte a piedi sul piazzale dell’ospedale di Santorso.

Come lei, tanti semplici cittadini,adulti e anziani, qualche famiglia, persone disabili in carrozzina, ma anche medici di famiglia e di reparto, infermieri, lavoratori dell’Ulss, pazienti, familiari e operatori del mondo della cooperazione sociale. Poche bandiere, una per sigla aderente: dal Pd ai Cinque Stelle (ma avevano aderito anche Rifondazione Comunista e Forza Italia di Schio), da numerose liste civiche a Cgil Cisl e Uil e i Cobas, dalle cooperative ai comitati e alle associazioni di volontariato. C’erano anche una bandiera italiana, quella europea e un leone di San Marco (le adesioni dopo il lancio di Coalizione Civica per Schio erano più di cento).

Insomma, un “popolo” numeroso e trasversale, che si è distinto per una protesta pacifica e corretta che ha portato in strada anche chi di solito non manifesta. Va anche sottolineata la presenza defilata di un gruppo di sindaci e amministratori (va detto, tutti a parte Orsi di area progressista): c’erano – rigorosamente senza fascia, come deciso nel direttivo dei sindaci del Distretto 2 – quelli di Schio, Thiene, Santorso, Sarcedo, Zugliano, Carrè, Chiuppano, Marano e Lugo. E poi consiglieri e assessori comunali, quelli regionali del Movimento 5 Stelle, del Partito Democratico e Veneto 2020.

Per tenere a casa i sindaci di centrodestra si è mossa la macchina della Lega, che con le sue personalità più in vista nel territorio ha chiamato i sindaci di area uno a uno per sincerarsi che non partecipassero. I sindaci che non erano a fianco dei loro cittadini per tutelare un diritto garantito dalla nostra Costituzione (Articolo 32: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”) dovrebbero però ringraziare i loro colleghi che invece erano presenti, per aver tenuto la fascia in tasca e non averli imbarazzati oltre il dovuto.

Nei fatti va dato merito agli organizzatori di aver cercato di includere tutti e di aver lavorato perché fosse davvero una manifestazione “per” la sanità pubblica e non “contro” qualcuno. Non c’era rabbia, non c’era polemica, sabato. C’era preoccupazione, tanta, e determinazione a farsi sentire. E non è stata neppure una manifestazione “contro” altri territori in una battaglia di tutti contro tutti.

Il documento finale dei promotori ha così ricostruito non solo la storia di cosa è stata la conquista di un sistema sanitario pubblico (e universale,  pagato attraverso il sistema fiscale) per il nostro Paese ma ha ripercorso anche tutte le tappe che hanno portato la sanità dell’Alto Vicentino a fare i conti con i problemi di oggi. Perché la crisi odierna trova le sue radici principalmente a due scelte.

La prima è stata quella di costruire il nuovo ospedale in sinergia fra pubblico e privato con un contratto-capestro (“una scelta che doveva provocare risparmi e che invece ha portato l’Ulss 4 a presentare bilanci passivi, cosa che non era mai successa: fra il 2012 e il 2014 la perdita è stata di 64 milioni di euro e il deficit si è sicuramente consolidato negli anni successivi”). La seconda è stata la riorganizzazione regionale delle Ulss con la loro riduzione e la perdita di autonomia dei territori (si, la famigerata autonomia), dato l’accentramento delle decisioni, delle assunzioni e quant’altro in capo all’Azienda Zero, creata esattamente tre anni fa.

Dopo tre anni, il risultato, visto dal territorio, è deprimente e degradante: anche se mai detto esplicitamente, si sta andando verso una privatizzazione subdola perché strisciante, che già ora – è stato detto anche sabato strappando sonori applausi – fa pagare le cure ai cittadini due volte: la prima con le imposte, la seconda quando si è costretti a rivolgersi a strutture private, le uniche – insieme ai manager che son pagati nonostante i risultati scarsi siano sotto gli occhi di tutti – a beneficiare di questa situazione.

Sabato i cittadini hanno detto che “il Re è nudo”.

Ha fatto impressione, per la prima volta vedere elencati, con pacatezza, tutti i problemi che vive la sanità nell’Alto Vicentino, ma quando si guardano i fatti con distacco, il dramma (e anche il disegno), appare in tutta la sua chiarezza.

Per questo li ricordiamo anche qui: il fuggi fuggi dei professionisti presenti in ospedale e la scarsa attrattività della struttura per chi dovrebbe venirci a lavorare; la carenza di ben 65 medici su un totale di 234; la situazione di collasso in pronto soccorso e in altri reparti, la relativa esternalizzazione di alcuni servizi e il ricorso a medici non ancora specializzati; le lunghe liste di attesa (in un territorio che le aveva azzerate) con 30 mila prestazioni “in galleggiamento”; i risparmi sul sociale nel rinnovo dei servizi per le categorie più fragili, cosa che rende sempre più difficile il lavoro delle cooperative sociali che sono patrimonio ed eccellenza di questo territorio; gli utenti con gravi problemi (è il caso delle due strutture per 140 disabili gravi a Montecchio Precalcino) costretti a relazionarsi dopo anni con personale di altre cooperative esterne che costano meno ma spesso non garantisco uguale qualità; la chiusura del Centro di Salute Mentale di Schio, le difficoltà del servizio di neuropsichiatria infantile e di quello per le dipendenze per mancanza di personale, tre settori dove l’incremento del disagio è esponenziale; la carenza di 50 figure amministrative; il burn-out del personale, che nei tre o più mesi che passano prima che una figura professionale sia sostituita son costretti a fare straordinari che poi non possono mai essere recuperati proprio per la carenza di colleghi; la mancanza di tecnici Spisal, necessari per tenere monitorata la sicurezza sui luoghi di lavoro; il rapporto fra posti letto e popolazione (poco più di due a fronte di una media regionale di tre), giustificata con il potenziamento degli ospedali di comunità (non avvenuta) e lo sviluppo della medicina di gruppo (al palo); la perdita di qualità del servizio di assistenza domiciliare integrata, che era un fiore all’occhiello dell’Ulss 4.

La situazione che si è venuta a creare in un territorio che esprimeva molte eccellenze, in sintesi, lede il diritto costituzionale alla salute dei 186 mila cittadini di 32 comuni, che ora non sono più disposti a tacere. In questo senso, quello di sabato non è stato un punto di arrivo ma un punto di partenza. E pare che il messaggio a Venezia, nonostante l’acqua alta, sia giunto chiaro e forte, tanto che già ci sarebbe stato lunedì un incontro fra i vertici della sanità regionale e i sindaci più rappresentativi. Vedremo come è andato.