CineMachine | Mr. Beaver

Regia: Jodie Foster
Cast: Mel Gibson, Jodie Foster, Jennifer Lawrence, Anton Yelchin
Genere: Drammatico
Durata: 92 minuti
Data di uscita: 20 maggio 2011

Chi se lo sarebbe mai immaginato un film drammatico con Mel Gibson ed un pupazzo a forma di castoro? Eppure l’esperienza mi ha insegnato che un libro non va mai giudicato dalla copertina. Quarto film dell’attrice e regista statunitense Jodie Foster, Mr. Beaver è un film che vi saprà emozionare ed arricchire ed iniziamo subito: “Questa è la vita di Walter Black, un uomo irrimediabilmente depresso”.

Walter Black  è un padre di famiglia e manager di successo di una società che fabbrica giocatoli, ma soffre di una grave forma di depressione che gli impedisce di prendere il controllo della sua vita. Walter sprofonderà a tal punto nella sua malattia dall’essere allontanato persino dai suoi famigliare e costretto ad andare a vivere da solo. Sarà l’incontro casuale con una marionetta a forma di castoro a rimettere Walter in carreggiata, facendolo ritornare in famiglia e ridandogli una nuova carica nel suo lavoro. Le cose però andranno bene fino ad un certo punto, quanto la personalità di Walter comincerà ad  affievolirsi dietro quella del castoro Mr. Beaver.

Il film potrebbe risultare a tratti lezioso, eppure riesce ad esprimere molto bene i momenti di dolore ed affezione del protagonista ed i momenti di gioia e ricompensa che il personaggio riceve dall’inizio della terapia con Mr. Beaver. Il perché di questo approccio con il pupazzo deriva dal fatto che Walter ha già sperimentato ogni forma di cura medica-psichiatrica senza riuscire definitivamente ad uscire dal tunnel della depressione. Non ci è dato sapere come Walter sia arrivato a soffrire di una forma di depressione così grave, ma ci è messo come dato di fatto già dall’inizio di questa storia.

Walter ha perso se stesso e oramai non ha più un qualcosa per cui continuare a vivere. È quando Walter decide di suicidarsi che Mr. Beaver comincia a parlargli. Il pupazzo raccattato nella spazzatura si serve della voce di Walter per spronarlo a reagire, a darsi una regolata. Walter si proietta nel pupazzo, tanto da farlo diventare un estensione di sé. D’ora in avanti sarà l’unico mezzo di comunicazione che avrà con i suoi famigliari e con i suoi dipendenti. Tanto strano, quanto divertente. Ma le risate passeranno in secondo piano, quando vedremmo Mr. Beaver prendere il sopravvento sullo stesso Walter, come già vi preannunciavo prima.

Il personaggio di Walter potrebbe sembrare molto facile da inquadrare, ma nella visione in cui ha ideato “la terapia del pupazzo”, se così la vogliamo chiamare, sdoppiando in qualche modo la sua personalità, ci crea delle perplessità, perché da una parte ci accorgiamo che Walter ricomincia a stare bene, ma dall’altra che è il pupazzo a parlare, e chi è capace di formulare un discorso ha sicuramente una capacità di raziocinio. Ma non riusciamo a capire se sia quella  di Walter o se sia il pupazzo ad averne sviluppata una propria.

Il film, in sostanza, ci mostra le conseguenze drastiche che malattie come la depressione possono condurre e il brutto è che troppo spesso la sottovalutiamo, non riuscendo a coglierla per tempo, perché, come Walter, ognuno di noi è un possibile o potenziale depresso. Ci sentiamo soli, incompresi, spaventati e ci facciamo mille domande sulle ragioni di questo nostro stare male, ma non ne troviamo mai le risposte. Forse una risposta che possiamo dare è che dobbiamo accorgerci realmente delle persone con cui entriamo in contatto, che sia un nostro collega di lavoro, il nostro compagno di scuola, vostro marito, vostra moglie, vostro figlio, vostra figlia, ma soprattutto dobbiamo entrare in contatto con noi stessi e capire che cos’è ciò a cui veramente aspiriamo. Può essere anche, semplicemente, amare ed essere amati dai nostri cari.

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