La fauna delle Piccole Dolomiti – Il camoscio

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Foto Alberto Bosa

IL CAMOSCIO

Nome scientifico Rupicapra rupicarpa, Linnaeus 1758

I luoghi del camoscio
Il camoscio alpino è un mammifero di taglia media appartenente al genere Rupicapra – famiglia dei Bovidi. Occupa l’orizzonte montano, prealpino e alpino, frequentando in maniera prevalente la fascia altitudinale che va dai 1500 ai 2500 metri sul livello del mare. Non disdegna le quote inferiori anche se rimane comunque legato, in ogni caso, alla presenza di rilievi rocciosi con versanti ripidi e scoscesi i quali avranno avuto un ruolo anti predatorio nella storia dell’evoluzione. I suoi habitat caratteristici sono le aree forestali di conifere e latifoglie, ricche di sottobosco e intervallate da pareti, radure e canaloni, i cespuglieti di ontano verde, rododendro con larici sparsi, le boscaglie a pino mugo, le praterie, i margini delle pietraie e soprattutto le cenge erbose al di sopra dei limiti della vegetazione arborea, fino all’orizzonte nivale.

Il camoscio nelle Piccole Dolomiti
La toponomastica di alcune località delle Piccole Dolomiti (si pensi, ad esempio, a Val Camossara, Vajo dei Camosci, forcella dei Camosci) suggerisce che un tempo il camoscio, qui, era certamente presente e che forse è scomparso solo in epoca recente probabilmente in seguito agli eventi bellici del Primo Conflitto Mondiale e ai lunghi periodi di malnutrizione ai quali sono andati incontro le genti di montagna.
La popolazione oggi, che in parte è frutto di reintroduzioni messe in atto dall’amministrazione provinciale di Vicenza negli ultimi decenni e dall’altra da animali erratici provenienti dal Trentino meridionale, gode di ottima salute raggiungendo localmente densità tra le più alte dell’arco alpino.
In base a quanto stabilito dalla legge 157/92 Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio, è oggetto di caccia di selezione sul territorio provinciale. E’ quindi possibile abbattere solo un numero ristretto di capi ogni anno, per limitare la crescita incontrollata della specie.

Struttura fisica e periodo degli amori
Il peso dei maschi varia dai 30 ai 45 kg, quello delle femmine, inferiore, dai 25 ai 35. Il parametro è influenzato da numerosi fattori che, in ordine di importanza, sono: le condizioni ambientali, la densità di popolazione (comprese le specie concorrenti), lo stato di salute e il periodo dell’anno. Nel corso dell’anno, infatti, le maggiori dimensioni si raggiungono in ottobre, mentre cali di peso – fino anche al 30% – si registrano nei maschi sessualmente competitivi durante il periodo degli amori e l’inverno.
Il periodo degli amori – ottobre/novembre – è anche il momento migliore per osservare questo animale dal comportamento prevalentemente diurno che intensifica le proprie attività dall’alba fino a qualche ora dopo. In questa stagione il manto dei camosci è prevalentemente nero, i maschi si riuniscono ai branchi di femmine in aree aperte e tentano di mantenere la propria supremazia rincorrendosi e minacciandosi a vicenda. La gravidanza dura circa 160 – 170 giorni e nasce un piccolo per volta strettamente legato alla madre.
Durante gli altri mesi dell’anno le femmine tendono a formare dei branchi con gli animali più giovani e in inverno queste aree si riducono ai quartieri di svernamento, generalmente esposti a Sud, e possono ospitare branchi che in estate si mantenevano a distanza. I maschi, invece, mostrano comportamenti diversi in funzione dell’età con una progressiva tendenza ad isolarsi e a effettuare lunghi spostamenti, occupando comunque spazi di limitata estensione almeno fino al periodo degli amori.

Il nutrimento
Giornalmente, a parte qualche breve spostamento quotidiano, il camoscio dedica la maggior parte del proprio tempo all’alimentazione – che prevede più fasi in 24 ore – per un ingestione totale che supera di poco i 3 chili di foraggio fresco. È in grado di variare con estrema efficacia le capacità digestive in relazione alle disponibilità alimentari stagionali e anche se non particolarmente esigente dal punto di vista alimentare, orienta comunque la propria scelta verso una dieta selettiva basata soprattutto su elementi erbacei, graminacee e leguminose, cercando il giusto compromesso tra le specie vegetali più nutrienti e l’effettiva disponibilità. Può utilizzare anche alcune specie arboree e arbustive, mantenendo comunque un certo grado di preferenza per le erbacee. Finché possibile dunque evita le fibre, ma vi si adatta abbastanza bene nei periodi di scarsa qualità e disponibilità di cibo.

Le cause di morte
La specie nel territorio delle Piccole Dolomiti è caratterizzata da un basso tasso di mortalità naturale che risulta legato all’andamento climatico invernale e, quindi, all’intensità delle precipitazioni nevose.
La disponibilità alimentare durante i mesi invernali infatti risulta essere il fattore più importante della regolazione della densità e sembra che la competizione intraspecifica agisca soprattutto sulle femmine, determinando un decadimento della qualità corporea, responsabile di una minor sopravvivenza dei piccoli. Per evitare che questi animali subiscano dello stress e siano costretti a lunghe fughe, rifugiandosi magari in terreni non adatti, è utile che l’escursionista segua sempre il sentiero riducendo, in questo modo, il disturbo causato dall’uomo. Gli stessi piccoli sono al contempo minacciati, specie d’estate, dai cani non tenuti al guinzaglio. I predatori naturali, al momento, sono limitati alla sola aquila che sporadicamente attacca i piccoli in estate. Non è da escludere che il lupo, in futuro, diventi un cacciatore di questo meraviglioso ungulato.

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