Senato, si discute il futuro dei “nuovi italiani”: ecco come si acquista la cittadinanza nel mondo

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La ministra dell’istruzione Valeria Fedeli contusa, il senatore leghista Raffaele Volpi espulso e poi richiamato in aula e una bagarre che non accenna a rientrare: un risveglio agitato dunque a Palazzo Madama, dove in queste ore si discute la riforma della cittadinanza, già approvata dalla Camera nel 2015. L’obiettivo dell’iniziativa è quello di snellire le pratiche di acquisto della cittadinanza per il milione di bambini e ragazzi nati in Italia da genitori stranieri.

“Un atto di civiltà” per il PD. “Una legge inopportuna” secondo la Lega.

Ma che cos’è questo tanto discusso ius soli? Letteralmente “diritto di suolo” è, assieme allo ius sanguinis, “diritto di sangue”, uno dei modi di acquisto della cittadinanza e implica che, a prescindere dalla nazionalità dei genitori, i bambini diventino cittadini del Paese in cui sono nati. Ad oggi, nel G7, solo gli Usa e il Canada lo applicano nella sua forma più pura. Gli Stati europei infatti preferiscono adottare il criterio dello ius sanguinis, ovvero assegnare ai neonati la cittadinanza di uno o entrambi i genitori, a prescindere dal luogo di nascita.

“Fin dagli anni ’80, in virtù del diritto di suolo sancito dal Quattordicesimo emendamento della costituzione americana, – racconta lo scrittore newyorchese Don Winslow – le mogli della Tijuana bene attraversavano la frontiera per partorire nelle cliniche private della vicina San Diego, in California. Così facendo assicuravano ai figli un passaporto statunitense e la possibilità di studiare e viaggiare in tutto il mondo senza preoccuparsi di visti o dipartimenti dell’immigrazione. Contestualmente però – continua – sempre più donne centroamericane in fuga dalla violenza e dalla povertà, hanno iniziato a mettersi in marcia attraverso il deserto messicano, nella speranza di partorire al di là del confine e ottenere così il diritto di risiedere e lavorare legalmente negli Stati Uniti per 18 anni, ovvero fino a quando il loro figlio, neocittadino per diritto di suolo, avesse compiuto la maggior età”. L’Istituto americano per la migrazione di Washington stima infatti che ogni anno circa 300 mila neonati, il 7,5% del totale, nascano da genitori illegalmente soggiornanti nel Paese, con un grande rischio per le mamme, che spesso non hanno accesso, in quanto clandestine, all’assistenza sanitaria. Analoghi fenomeni, ma su scala ridotta, si registrano in Canada, dove la parlamentare conservatrice Alice Wong ha chiesto, l’estate scorsa, di chiudere o perlomeno censire le residenze sanitarie private che, nella British Columbia, ospitano donne cinesi, spostatesi in Nord America solo ed esclusivamente in ragione del parto. E di turismo delle nascite interno si parla anche a Hong Kong, dove sempre più famiglie provenienti dalla Cina continentale si recano per partorire e aggirare così la politica del figlio unico.

Certamente questi casi rappresentano un abuso e non la corretta applicazione dello ius soli, che ha come meritevole e primario obiettivo quello di tutelare sia i singoli che le collettività. Essere cittadini di un Paese significa infatti essere titolari di diritti, come l’istruzione e l’assistenza sanitaria, ma anche di doveri, come la contribuzione fiscale o, laddove obbligatorio, il servizio militare. Significa poter chiedere aiuto alla propria ambasciata in un Paese straniero ed essere estradati o perseguiti se si è commesso un crimine all’estero. Significa dunque, un po’ come in un matrimonio, condividere il destino del proprio Stato, nella buona e nella cattiva sorte. Proprio per questo, a differenza dell’Italia, molte “giovani” nazioni latinoamericane, come il Brasile o il Nicaragua, non ammettono la doppia cittadinanza, ma permettono agli stranieri di acquisire la loro nazionalità solo dopo aver rinunciato a quella di provenienza, con tutti i diritti e le garanzie che essa presuppone. È anche vero però che, in un mondo fluido e globalizzato, è impossibile arroccarsi su modelli giuridici preconfezionati e immutabili. Per questo la Germania ha scelto di fondere i due metodi di acquisto della nazionalità, abolendo il diritto di sangue puro per cui si diventa cittadini solo se la mamma o il papà sono tedeschi, ma temperando al contempo il diritto di suolo con la richiesta che il neonato nasca da genitori che, seppur non cittadini, siano almeno residenti in Germania. Tale correttivo sembra capace di scongiurare la possibilità che sotto la cupola del Reichstag si sviluppino nuovi e spesso poco trasparenti fenomeni di “turismo delle nascite”.

Analogo sentiero sembra percorrere il legislatore italiano, il quale propone di introdurre uno ius soli temperato dal fatto che i genitori stranieri del minore nato in Italia risiedano nel nostro Paese da almeno cinque anni oppure dal criterio “culturale”, secondo il quale diventa cittadino italiano il minore straniero nato in Italia o arrivato qui prima di compiere dodici anni che abbia seguito un percorso formativo di durata almeno quinquennale nel nostro Paese. Criterio quest’ultimo di fondamentale importanza, perché senza confronto, conoscenza e condivisione non c’è integrazione possibile, ma che da solo non basta, perché un bambino che con la mamma parla una lingua diversa rispetto a quella con cui si rivolge alla maestra, non sarà mai solo italiano. E la vera coesione sociale non passa per l’equiparazione formale ai coetanei con il cognome uguale a quello del fondatore della contrada, ma anche e soprattutto per la scoperta e la valorizzazione della diversità che la sua famiglia, attraversando il mare o le montagne nel trasferirsi qui, ha portato con sé.

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