Spettacolando – Il medico dei maiali ci mette di fronte ad uno specchio

Il 4 febbraio il Teatro Comunale di Lonigo ha accolto uno degli spettacoli più sorprendenti della stagione: Il medico dei maiali di Davide Sacco. Un titolo che strappa un sorriso ma che nasconde una riflessione sul potere e la natura umana.
Il re d’Inghilterra è morto improvvisamente e il medico di corte non può intervenire. A certificare il decesso viene chiamato Alfred (Luca Bizzarri), veterinario specializzato in suini. È un incipit grottesco e per una buona mezz’ora non capiamo molto di una trama che sembra intrecciarsi su sé stessa, senza intravedere una direzione che non sia paradossale. C’è un noto comico tra gli attori, ma davvero possiamo/dobbiamo ridere?

La trama si sviluppa mentre s’iniziano a svelare le mosse dei sottoposti al re, assassini dello stesso, pronti a mandare il principe ereditario allo sbaraglio e a farne di lui un fantoccio. Su un piano parallelo Alfred inizia a giocare una partita psicologica con l’erede al trono, figura fragile e contraddittoria: come potrebbe mai lui condurre l’Inghilterra verso nuovi successi?
Sembra uno scontro tra cattivi e buoni, con una direzione tracciata molto netta: ce la faranno gli onesti a uscire dalla battaglia senza essere schiacciati? Mentre iniziamo confrontarci su etica e morale, sul rapporto genitori/figli, sul tema della responsabilità e del potere che giocano a nascondino coi vizi capitali, iniziamo a pensare che così è se vi pare.
Proviamo a cambiare prospettiva, a guardare oltre l’ostacolo, a cercare degli indizi per immaginare il finale; ma c’è qualcosa d’imperscrutabile che aleggia nell’aria mentre i personaggi prendono forma e sostanza nel gioco delle parti. E’ quell’ombra – o quella luce – che si rintana nel fondo dell’anima, e spesso esce fuori quando siamo soli, costretti a decidere: come fossimo in una cabina elettorale dove solo noi sapremo se avremo la forza di mettere una X dove pensiamo sia giusto, o sceglieremo di metterla dove conviene a noi.
I dialoghi sono serrati, le pause cariche di sottintesi, gli scambi oscillano tra comicità e minaccia. La regia mantiene un ritmo incalzante, sorretta da un unico piano sequenza diretto verso una stanza con un tavolo, una sedia e del whisky, allo stesso tempo simbolo di lusso, di abbandono e debolezza. La scena è essenziale, claustrofobica, e lega i personaggi al pubblico, tutti costretti dentro il conflitto. Non ci sono distrazioni né pause, non c’è il tempo di ridere né di respirare: chi è il maiale? Chi lo curerà?
Nella tensione che ci lega alla sedia arriva quasi improvviso il colpo di scena, mentre il principe ereditario si avvina alla sua luce – e alla sua ombra – , a svelarci quello che la natura umana non smette di riproporci, quello che la vita reale ci ha mostrato fin troppo volte. E’ sufficiente l’odore del potere a trasformarci nei maiali che siamo sempre stati, pensando che i maiali fossero gli altri. E come ci ricorda Cechov, se nel primo atto compare una pistola, nel secondo o terzo, quella pistola deve sparare. Sarà lo stesso futuro re ad impugnarla, senza più esitazione: nella cabina elettorale decide di pensare solo a sé e di sparare ad Alfred, che non potrà più curare i maiali, mostrando che da loro – come da noi stessi – non riusciamo quasi mai a difenderci.
Paolo Tedeschi
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