Sempre più giovani e donne fra gli alcolisti. 200 le famiglie seguite da Acat nell’Alto Vicentino

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Il problema dell’abuso di alcol non risparmia nessuno: né le donne, né i giovanissimi. Non se ne parla mai, eppure chiunque ha figli adolescenti sa quanto il bere – dalle birre agli shottini – si diffuso ormai già fra i ragazzi di 13-14 anni. Stessa cosa per il consumo di alcol fra le donne (e fra le ragazze): in forte aumento. Il trend è confermato dai numeri: sono ben 200 le famiglie che nell’Alto Vicentino cercano di uscire da questa dipendenza grazie a 28 gruppi di auto-mutuo aiuto Acat – Associazione Club Alcologici Territoriali – presenti fra il thienese e lo scledense. Domani si danno appuntamento per l’ “Interclub zonale” al Teatro Arcobaleno di Torrobelvicino e l’argomento sarà il piacere di donarsi liberi dalle dipendenze. Perché uscirne insieme, con una rete di ascolto, sostegno e confronto, è più facile.

“E’ vero – racconta Giuseppina Pilia, una dei volontari che coordinano questi gruppi di auto-aiuto – l’età delle prime sbornie è sempre più bassa, ma va detto che l’esempio, la cultura e la consuetudine viene promossa soprattutto dagli adulti, spesso dai genitori stessi. E anche per quel che riguarda la diffusione dell’alcolismo fra le donne e le ragazze, purtroppo stiamo arrivando ad una parità non ambita. Prima il bere era più prerogativa maschile e quando succedeva alle donne, queste bevevano riservatamente anzi, dicendocela tutta, di nascosto perché venivano derise ed emarginate”.

Ai gruppi Acat, i club, arrivano famiglie di ogni estrazione sociale e di diverse nazionalità. “Di solito – spiega Giuseppina – arrivano ai club dopo grandi sofferenze, spesso obbligati dalle famiglie, su indicazione dell’alcologia o, purtroppo ancora di rado, su consiglio del medico. Ultimamente anche dalle istituzioni quando viene ritirata la patente. Ma la modalità principale di conoscenza dei nostri gruppi è il passaparola da parte di chi ha già frequentato il club”.

A frequentare questi gruppi di auto mutuo aiuto sono famiglie ma anche persone singole: solitamente è richiesta la presenza della famiglia, ma quando questa per qualche motivo non è disponibile, le persone arrivano singolarmente o accompagnate da un amico. Gli incontri avvengono una volta alla settimana, durano un’ora e mezza e servono per mettere in comune le storie, le difficoltà, le speranze e i progetti di ciascuno. Per ogni club è presente un “servitore insegnante”, formato ed informato, che funge da moderatore e garantisce il rispetto della metodologia Hudoliniana, che sta alla base del lavoro di Acat: l’alcolismo non viene considerata una malattia o un vizio, ma uno stile di vita da cambiare.  “Non si danno consigli, ma si portano esperienze di vita vissuta e si offrono all’altro, nel club non si giudica e non si è giudicati” spiega Giuseppina.

“Tutti – spiega ancora Giuseppina -, nessuno escluso, prima di arrivare ad una dipendenza alcolica erano bevitori così detti ‘moderati’. Credo che la causa maggiore del largo uso di alcolici sia da imputare all’errata cultura sociale che induce a bere ad ogni occasione e con ogni inganno. C’è una promozione consumistica degli alcolici per fini economici, ma c’è anche un’errata e mancata informazione sui danni che l’alcol provoca, da svariati tipi di tumore alla cirrosi epatica”.

In questi ultimi anni la dipendenza è diventata poi sempre più complessa, perché accompagnata da altre dipendenze, in primis quella del gioco d’azzardo. Anche la crisi economica e sociale è diventata negli ultimi anni una concausa e un fattore di complessità: “perché tende a sommergere il genere umano dimenticandolo sotto il peso del profitto”.

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