Ferrovie dismesse nell’Alto Vicentino, riaffiora la rabbia: “La politica locale complice dello scempio”

Basta scorrere qualche pagina social per trovare, ciclicamente, foto, ricordi e ora – grazie all’intelligenza artificiale – anche animazioni che raccontano la bellezza e quasi il lato poetico di tante linee ferroviarie che, all’inizio del secolo scorso, caratterizzavano l’alto vicentino e l’altopiano dei Sette Comuni. Prima di un addio che ancora fa discutere.
Torrebelvicino – Schio, Rocchette Arsiero fino alla superba Rocchette – Asiago, oltre 21 chilometri a scartamento ridotto, in parte a cremagliera, soppressa nel 1958 e smantellata pochi anni dopo. Linee ferroviarie figlie di un vero e proprio boom industriale, poi ritenute superate per i costi di ammodernamento ritenuti troppo esosi oltre che per l’arrivo del trasporto su gomma, più rapido ed efficiente. Ed è anche grazie a questi reperti che riaffiorano sentimenti mai sopiti e condivisi con la nostra redazione: “L’anno prossimo saranno passati 50 anni dal 1977, quando una sciagurata legge votata dal Parlamento decise il definitivo smantellamento della linea ferroviaria. Valutazioni e scelte che fanno venire i brividi – tuona uno storico locale, che chiede l’anonimato avendo già avuto parecchie grane sfociate anche in azioni legali proprio sulle sorti di questi indimenticati tracciati ferroviari – e che dimostrano come la politica sia stata miope e stolta. All’epoca non ho sentito una voce che si sia levata per provare almeno a proporre una valutazione di merito sul valore di queste ferrovie, preferendo ratificare la decisione di smantellare tutto quasi in sordina”.
In particolare, l’appassionato cultore di storia locale e collezionista, punta il dito sulle mancanze del territorio che, invece, avrebbe dovuto essere strenuo difensore di quelle opere: “Ci lamentiamo della politica romana o regionale – chiosa duro – ma atti e delibere di vari consigli comunali dell’epoca riportano nomi e cognomi di amministratori dei nostri paesi, incapaci se non complici nell’aver consentito la distruzione di un patrimonio di ingegneria che oggi sarebbe vanto e fulcro di una promozione turistica senza pari. Alla gente che protestava si raccontava di chiusure temporanee e di treni che sarebbero ripartiti, ma era già stato tutto deciso”.

Parole che trovano sponda nei ricordi più nitidi che mai di Giocondo Calgaro, altro appassionato di quei treni che furono parte della sua storia familiare e che ancora oggi rivivono tra amarezza e affetto: “Mio padre Battista, è stato un casellante e caposquadra, alla Pendola, subentrando al nonno quando andò in pensione. Il suo primo cugino Achille, fu capostazione a Cogollo del Cengio: il treno è parte del nostro DNA e la notizia della dismissione, fu un vero e proprio lutto contro il quale mio padre stesso, per la prima volta in vita sua, andò a protestare, purtroppo inutilmente. Oggi avremo un gioiello unico nel suo genere, ma sono mancati lungimiranza e coraggio”. Recitava, al proposito, uno struggente manifesto affisso il 31 Luglio 1958 nelle strade di Asiago: “Cittadini e Comunità dell’Altopiano: non rassegnati, il sibilo, forse l’ultimo, del treno dell’Altopiano sarà, secondo il rito dei nostri padri, accompagnato, alle ore 17, dai rintocchi della Campana Civica. 50 anni di servizio. 50 minuti di rintocchi”. (Video/animazione di Flores Munari)
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