E’ vicentino uno dei top chef d’Arabia: “Cucino giapponese pensando veneto”

A migliaia di chilometri dalla sua Chiuppano, tra grattacieli, grandi investimenti e una lenta ma costante trasformazione senza precedenti che sta cambiando il volto dell’Arabia Saudita, c’è un vicentino che ogni sera dirige una brigata composta da decine di cuochi provenienti da tutto il mondo e firma alcuni dei piatti più apprezzati della ristorazione mediorientale. Il suo nome è Luca Rossi, 37 anni, originario dell’alto vicentino, e oggi Head Chef di Myazu Riyadh, uno dei ristoranti simbolo della nuova gastronomia saudita.
Un ruolo che potrebbe sembrare insolito già di per sé: un italiano che guida una cucina giapponese contemporanea nel cuore della Penisola Arabica. E invece è il punto di arrivo di un percorso costruito passo dopo passo, iniziato tra i banchi dell’Istituto Alberghiero di Asiago e proseguito attraverso alcuni dei più importanti indirizzi della ristorazione internazionale. Da Londra all’Australia, dalla Nuova Zelanda all’Italia, fino all’approdo in Medio Oriente, Rossi ha accumulato esperienze in realtà prestigiose come Nobu, Novikov, Osteria Balla by Stefano Manfredi, Otto Restaurant e The Grill by Sean Connolly, contribuendo alla crescita di locali diventati punti di riferimento nei rispettivi Paesi. Oggi il suo nome è legato soprattutto a Myazu, insegna che negli ultimi anni si è ritagliata uno spazio di assoluto prestigio nel panorama gastronomico regionale, entrando più volte nella classifica dei MENA’s 50 Best Restaurants e attirando l’attenzione della prima Guida Michelin dedicata all’Arabia Saudita.
Un ristorante che rappresenta l’eccellenza della cucina giapponese contemporanea e che richiama una clientela internazionale composta da imprenditori, diplomatici, professionisti e celebrità. In questo contesto, Rossi coordina quotidianamente una struttura complessa, guidando una squadra numerosa e multiculturale dove precisione, organizzazione e qualità devono convivere con ritmi elevatissimi. Una responsabilità importante che, però, non gli ha fatto dimenticare le proprie radici. Perché dietro la cucina giapponese che propone ogni sera ci sono ancora il rigore e la sensibilità di un cuoco cresciuto in Veneto: “La base resta quella della cucina giapponese, fatta di tecnica, disciplina e rispetto assoluto della materia prima. Però inevitabilmente il mio bagaglio italiano emerge. A volte basta un dettaglio”. E quel dettaglio ha spesso il sapore della tradizione: “Un buon fumetto preparato con lische e scarti di pesce – ammette Rossi – come mi hanno insegnato da ragazzo, riesce a dare anche ai piatti più raffinati quella profondità che magari non ti aspetti. Sono piccole contaminazioni che arrivano dalla mia formazione e che porto con me ovunque”.
Tra i tavoli di Myazu passano regolarmente alcuni dei volti più conosciuti dello sport e dello spettacolo mondiale. “Poco prima di tornare alla guida della Nazionale italiana è stato qui Roberto Mancini, ma anche Cristiano Ronaldo e tanti altri. A un certo punto diventa difficile tenere il conto”. Un’abitudine che non ha cambiato il suo approccio: “Per me sono all’ordine del giorno. Fa piacere servire personaggi di quel livello, ma non cambia il mio modo di cucinare o preparare il servizio. La concentrazione e il rispetto dovuto al cliente restano identici, chiunque essi siano”. E qualche volta persino i clienti più prestigiosi finiscono per chiedere una deroga al menu giapponese: “Capita che qualcuno abbia voglia di uno spaghettino preparato al momento. Se si può fare, lo si fa”.

Le concessioni più frequenti, però, sono riservate alla compagna saudita: “L’altro giorno le ho preparato il baccalà alla vicentina. Ma per strapparle un sorriso da guancia a guancia mi basta anche una buona salsa al pomodoro” ammette lo chef mentre lei lo ascolta amorevole. Un legame, quello con la propria terra, che resiste nonostante una carriera sviluppata quasi interamente all’estero. Un ritorno stabile in Italia, almeno per il momento, non sembra infatti all’orizzonte. Le opportunità offerte dall’Arabia Saudita restano difficili da ignorare. Molte aziende garantiscono alloggio, automobile e viaggi per tornare a trovare la famiglia, mentre il costo della vita rimane generalmente competitivo. Ma il punto, per Rossi, non è soltanto economico: “Qui devi rinunciare a un po’ di spensieratezza, va detto. La vita può apparire meno libera, con regole più rigide. Però non esiste la paura di non arrivare a fine mese o di avere il ristorante vuoto durante la settimana”. Un altra realtà non solo dal punto di vista meramente professionale: “Penso a mia nonna a Chiuppano. Una volta lasciava la porta aperta, oggi controlla più volte che sia chiusa. Qui la percezione della sicurezza è diversa e i giovani vedono prospettive di crescita molto concrete”.

E al netto di questioni politiche di cui il toque blanche vicentino non vuole parlare, emerge comunque un dato che fa riflettere: “Mentre l’Europa è alle prese con un’immigrazione fatta di sofferenza e di gente che fugge da guerre e povertà, l’Arabia accoglie ogni anno migliaia di europei che vedono in queste terre la possibilità di un futuro con maggiori opportunità e più certezze di quelle che oggi può offrire il vecchio continente, ma questo – rimarca Rossi – non significa che il vicentino e l’Italia non mi manchi, anzi”. Al punto che di fatto, un progetto in patria, almeno nei suoi pensieri esiste già: “Sto valutando una collaborazione per aprire qualcosa nel Vicentino. Un locale semplice, pop nel senso migliore del termine: cucina buona, verace, qualità e prezzi accessibili a tutti. Qualcosa che mi permetta di mantenere un legame concreto con casa, magari affidando la quotidianità a persone di fiducia e venire di tanto in tanto a dare supporto”. Perché anche quando si guida una delle cucine più importanti del Medio Oriente, certe radici continuano a chiamare. E a parlare, ostinatamente, con l’accento vicentino.

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