Sopra la falda, contro le tutele: Silva vuole riaprire la partita dell’acqua nel Vicentino

C’è un passaggio che racconta meglio di qualsiasi altro la natura dello scontro in corso tra Silva Srl e il territorio dell’Alto Vicentino. Non si trova nelle dichiarazioni pubbliche, né nelle campagne di comunicazione. È scritto nero su bianco negli atti depositati al Tribunale Amministrativo Regionale del Veneto.

Dopo aver impugnato, il 25 maggio scorso, la bocciatura arrivata dalla Conferenza dei Servizi provinciale sul progetto del maxi impianto di trattamento rifiuti previsto a Montecchio Precalcino, Silva ha deciso di compiere un passo ulteriore: contestare anche le zone di salvaguardia dei pozzi acquedottistici di Villaverla e Dueville, quelle stesse aree individuate per proteggere una delle riserve idriche più importanti del Veneto. Non si tratta di un dettaglio tecnico. È un salto di qualità nello scontro.

Perché se il primo ricorso riguardava una decisione amministrativa che ostacolava la realizzazione dell’impianto, il nuovo affondo mette direttamente in discussione lo strumento che tutela l’acqua destinata a centinaia di migliaia di cittadini. La vicenda ha origine nel progetto promosso da Silva Srl, società controllata dal gruppo EcoEridania, colosso nazionale del settore dei rifiuti valutato oltre un miliardo di euro. L’azienda intende realizzare a Montecchio Precalcino un grande polo dedicato alla gestione dei rifiuti, comprendente un deposito per 129 tipologie diverse di materiali, di cui 64 classificati come pericolosi, e uno sterilizzatore termico destinato a trattare fino a 32 mila tonnellate l’anno di rifiuti sanitari, inclusi quelli a rischio infettivo.

Un progetto che, fin dall’inizio, ha incontrato forti resistenze da parte dei cittadini, dei comitati e di numerosi enti pubblici, soprattutto a causa della posizione individuata per l’insediamento: un’area situata sopra una falda acquifera strategica per l’approvvigionamento idropotabile di Vicenza, Padova e di vaste porzioni delle rispettive province. Quando la Conferenza dei Servizi ha espresso parere negativo, Silva ha immediatamente reagito con un ricorso al Tar. Ma già in quell’atto legale l’azienda aveva lasciato intendere che lo scontro non si sarebbe fermato lì. Tra le righe, infatti, compariva una riserva esplicita: la possibilità di impugnare anche il procedimento che aveva portato all’istituzione delle aree di salvaguardia. Una promessa che si è trasformata in realtà il 7 luglio, quando la società ha presentato un nuovo ricorso per motivi aggiunti contro la Regione Veneto e il Consiglio di Bacino Bacchiglione.

Nel mirino lo studio scientifico che protegge la falda L’obiettivo formale dell’impugnazione è la Deliberazione della Giunta Regionale n. 297 del 28 aprile 2026, con cui è stata approvata la perimetrazione delle aree di salvaguardia dei pozzi gestiti da AcegasApsAmga. All’interno di quelle aree ricade anche il sito individuato da Silva. L’azienda chiede l’annullamento della delibera, dell’Allegato A che contiene prescrizioni e raccomandazioni operative e dell’intera documentazione tecnica prodotta nel procedimento, comprese le deliberazioni del Consiglio di Bacino Bacchiglione. Di fatto viene contestato l’intero impianto tecnico-scientifico che ha portato alla definizione delle zone di tutela. Sotto osservazione finisce anche lo studio idrogeologico elaborato da Sinergeo, il lavoro che ha individuato estensione e caratteristiche delle aree di salvaguardia sulla base di criteri scientifici e delle vulnerabilità della falda. In altre parole, non viene contestato soltanto un vincolo. Viene contestata la metodologia che ha giustificato quel vincolo.

Una sfida che arriva fino alla Costituzione. Ma l’aspetto forse più significativo del ricorso emerge nelle richieste formulate in via subordinata. Silva arriva infatti a sollevare dubbi di costituzionalità su una parte del decreto legislativo 152 del 2006, il Testo Unico Ambientale che disciplina anche la tutela delle acque destinate al consumo umano. Secondo la società sarebbero costituzionalmente illegittimi alcuni commi dell’articolo 94, quelli che costituiscono la base normativa delle zone di salvaguardia. La motivazione invocata riguarda la presunta violazione degli articoli 3 e 41 della Costituzione: il principio di uguaglianza e il diritto alla libera iniziativa economica. Una scelta processuale che testimonia la determinazione con cui l’azienda intende difendere il proprio progetto. Ma apre inevitabilmente una questione più ampia.

Perché lo stesso articolo 41 richiamato nel ricorso afferma sì che l’iniziativa economica privata è libera, ma precisa anche che essa non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale né arrecare danno alla salute e all’ambiente. E accanto a questo principio esistono anche l’articolo 32, che tutela la salute come diritto fondamentale, e l’articolo 9, rafforzato dalla riforma costituzionale del 2022, che impone la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi nell’interesse delle future generazioni. È lungo questa linea di equilibrio tra sviluppo economico e interesse collettivo che si giocherà una parte decisiva della battaglia.

Il fantasma dei Pfas che incombe sul territorio. La controversia assume un significato ancora più forte se osservata nel contesto storico e ambientale del Vicentino. Questo territorio conosce bene il prezzo della contaminazione. La falda occidentale della provincia è stata compromessa in maniera drammatica dall’inquinamento da Pfas riconducibile alla vicenda Miteni, uno dei più gravi disastri ambientali della storia italiana recente. Nell’area di Villaverla e Dueville persistono inoltre preoccupazioni legate alla presenza di Pfba provenienti dal deposito di terre e rocce da scavo connesse ai cantieri della Superstrada Pedemontana Veneta. In un territorio che ha già sperimentato le conseguenze della perdita di una risorsa idrica strategica, la tutela della grande falda dell’Alto Vicentino non viene percepita come un eccesso di prudenza burocratica, ma come una necessità. È proprio questo il punto centrale dello scontro. Da una parte c’è un operatore industriale che ritiene eccessivi o illegittimi alcuni vincoli e rivendica il diritto a investire. Dall’altra ci sono istituzioni, gestori del servizio idrico, amministrazioni locali e cittadini che vedono nelle zone di salvaguardia uno strumento indispensabile per evitare di ripetere errori già pagati a caro prezzo.

Una battaglia che va oltre un impianto. Nei prossimi mesi il Tar sarà chiamato a pronunciarsi su una controversia che formalmente riguarda delibere, perimetrazioni e norme amministrative. Ma la questione reale è più profonda. La domanda che emerge da questa vicenda non riguarda soltanto Montecchio Precalcino o il progetto Silva. Riguarda il modello di sviluppo che si intende perseguire in un territorio che vive sopra una delle più importanti riserve d’acqua del Veneto. Vent’anni dopo l’entrata in vigore delle norme nazionali sulla tutela delle captazioni idropotabili, quelle zone di salvaguardia sono state finalmente approvate. Oggi, a pochi mesi dalla loro istituzione, si trovano già sotto attacco. La partita che si apre davanti ai giudici amministrativi non deciderà soltanto il destino di un impianto. Deciderà quanto valore la collettività attribuisce alla prevenzione, alla sicurezza idrica e alla difesa di una risorsa che, una volta compromessa, non sempre può essere recuperata. E dopo la lezione dei Pfas, nel Vicentino questa non è una questione teorica. È memoria. E, soprattutto, futuro.

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