Materie Stem: l’ingegnera Marta Preto sfata lo stereotipo

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Foto AI creata con Gemini

Fin da piccola, Marta Preto non aveva dubbi: meglio cento espressioni di matematica che un tema d’italiano. Oggi, come ingegnera gestionale in un’azienda metalmeccanica, Marta è la prova vivente che le discipline Stem non sono un “territorio nemico” per le donne, ma uno spazio che attende solo di essere abitato da nuove prospettive. Ospite di Martina Polelli a Radio Eco Vicentino nel programma (sostenuto da Siggi Group) “Libera – senza pregiudizi, al passo con il cambiamento”, Marta ha condiviso la sua esperienza in un settore ancora fortemente maschile, riflettendo su dati, stereotipi e sull’importanza di abbattere quel confine invisibile che ancora tiene lontane troppe ragazze dai percorsi scientifici. Stem è un acronimo inglese che sta per science, technology, engineering e mathematics.

C’è una domanda che si sente spesso nei corridoi delle Università, nelle aziende, nelle scuole: perché così poche ragazze scelgono di studiare Ingegneria? Secondo il rapporto Istat 2024 solo il 16,8% delle ragazze tra i 25 e 34 anni ha una laurea in una materia Stem rispetto al 37% di ragazzi, ma queste discipline (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica) non sono un territorio nemico per le donne, sono uno spazio che aspetta solo di essere abitato con più voci, più sguardi e più storie.

La chiacchierata con Marta Preto è iniziata nominando la figura di Ginni Rometty, prima donna a guidare Ibm come presidente e amministratore delegato (Ceo), e grande sostenitrice dell’empowerment femminile, che sottolineava come sia importante educare le ragazze a credere di possano essere protagoniste di questo cambiamento.
Marta Preto alle scuole superiori ha scelto chimica industriale, poi però si è accorta che lavorare in laboratorio non era il suo habitat: voleva toccare con mano la produzione. Così ha intrapreso la strada dell’ingegneria gestionale, incerta fino all’ultimo tra questo percorso e quello della matematica pura. Il suo desiderio era di lavorare all’interno di un’azienda per seguire la produzione, perciò fin da subito il suo percorso è stato ben delineato verso materie di un certo tipo, considerate secondo uno stereotipo “più maschili”.

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L’appoggio di famiglia e amici le ha permesso di andare dritta per la sua strada. Oggi, rispetto ad anni fa, le cose stanno cambiando: dando uno sguardo ai dati del Consiglio Nazionale degli Ingegneri, le donne iscritte all’albo nel 2025 erano il 17,4% contro il 9,1% di qualche anno fa, quindi il trend è in crescita. Inoltre, nonostante le donne all’università prendano mediamente voti più alti degli uomini, a cinque anni dalla laurea magistrale gli ingegneri guadagnano in media 1755 euro netti al mese mentre le colleghe arrivano a 1487 euro, perciò un certa equità si sta raggiungendo.

“Prima di iniziare una carriera Step – spiega – è bene sapere che sicuramente è più difficile, rispetto a un maschio, entrare in ambienti molto maschili. Inizialmente io in reparto con colleghi tutti maschi vedeto titubanza nei miei confronti, ma devo dire che mi hanno dato quasi subito fiducia, e insieme abbiamo apportato dei cambiamenti. E’ stata una scoperta anno dopo anno e sono arrivata alla conclusione che uomini e donne insieme possono portare grande valore in un’azienda meccanica. Ho trovato un ambiente che accoglie, che sostiene e accetta. L’importante è fare gioco di squadra e collaborare. Ricordo che possiamo sempre imparare dagli altri, maschi o femmine che siano”.

Dalla riflessione di Marta Preto emergono cinque spunti fondamentali che ridefiniscono il rapporto tra universo femminile e discipline scientifiche. Il punto di partenza è la demistificazione delle Stem, da considerare non come un territorio ostile da conquistare, ma come un percorso professionale fatto di sfide e soddisfazioni comuni a ogni altra carriera. In quest’ottica, essere in minoranza non deve mai essere interpretato come l’essere “fuori posto”: la diversità nei contesti tecnici non è un’anomalia da correggere, bensì una risorsa preziosa da valorizzare.

Tuttavia, Marta invita a guardare con onestà anche alle criticità, sottolineando come a parità di risultati non corrisponda ancora una parità salariale; riconoscere questo divario non è pessimismo, ma il presupposto necessario per il cambiamento. Un cambiamento che passa anche attraverso la rappresentanza: ogni donna che sceglie un ambito tecnico diventa un esempio vivente per chi verrà dopo, rendendo possibile ciò che prima sembrava inarrivabile. Infine, resta un monito culturale importante sul linguaggio e sulla percezione: considerare la presenza femminile un’eccezione straordinaria non è un complimento, ma un confine che continua a separare le donne dalla “norma”, un limite che solo la partecipazione collettiva può finalmente abbattere.

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