Sanità, Cunegato contro Stefani: “L’assistente di quartiere è solo una colf a ore”

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Anziani spesso vittime di tentativi di truffa

Dalla proposta di “ospedale liquido” a quella di “assistente di quartiere”, è tutto un dejà-vu in ambito sanitario secondo il consigliere regionale Carlo Cunegato che critica e smonta quanto presentato come innovativo dal neo assessore alla sanità Gino Gerosa e dal neo presidente del Veneto Alberto Stefani.

Un dopo Zaia che non propone grandi manovre insomma e che “continua verso l’affidamento di servizi sanitari a privati”. Lo sostiene Cunegato, che continua: “Addirittura spacciano per servizio pubblico quelli che sono servizi privati, arrivando perfino a definire ‘assistente di quartiere’ quello che in realtà è una colf a ore condivisa”, ha sottolineato il consigliere scledense sui social.
Parole pesanti, che sollevano più dubbi che speranze per gli anziani veneti. Cunegato analizza l’intervista del Giornale di Vicenza a Alberto Stefani, sottolineando i due punti principali che suscitano perplessità.

Gli assistenti di quartiere “in realtà sono colf a ore”
Alberto Stefani, sottolineando la sua attenzione per il comparto socio-sanitario, aveva spiegato di voler istituire la figura dell’ “assistente di quartiere”, un professionista in grado di dare assistenza ad anziani “con parziale non autosufficienza”, pagato dai diretti interessati in condivisione.
Cunegato spiega: “Questa figura non ha nulla a che fare con la sanità, si tratta di una colf a ore pagata da chi ne ha bisogno. Intanto la “parziale non autosufficienza” è una condizione non identificabile. Ma andiamo sul pratico. In Veneto ci sono 560 comuni, ipotiziamo 4.000 quartieri. Servirà quindi un esercito di operatori pronti a presidiare il territorio. Chi li paga? La Regione? La Sanità? E per fare cosa? Sempre secondo Stefani, questa persona dovrebbe cucinare, fare la spesa, pulire casa, intrattenere stimolando la capacità cognitiva. Non c’è traccia di sanitario, è una colf, o una badante eventualmente. E la bolla scoppia quando analizziamo i costi. L’assistente di quartiere non sarà un servizio pubblico garantito. Sarà pagato da 6-8 famiglie che decideranno di mettersi insieme. Siamo quindi di fronte a una badante condivisa, un servizio privato che entrerà nelle case degli anziani per circa un’ora al giorno, tra l’altro un tempo ridicolo per persone che non sono autosufficienti.

“L’ospedale liquido esiste già e si chiama Adi”
Il neo assessore regionale alla Sanità Gino Gerosa nella sua presentazione post elezione aveva introdotto il concetto di “ospedali liquidi”, spiegando la sua visione di sanità moderna che “coinvolge maggiormente i cittadini, potenzia la telemedicina e prevede una parte delle cure direttamente a casa”.
“Peccato che questo modello esiste già e si chiama Adi”, sottolinea Cunegato, spiegando la questione e sottolineando anche che, con una previsione di calo degli infermieri del 20%, non ci sarà personale per gli ospedali liquidi. “Il concetto di ospedale liquido è un’idea suggestiva sulla carta, è il ribaltamento del paradigma classico: non è più l’anziano ad andare in corsia, ma il servizio a bussare alla porta di casa. Peccato che esista già: si chiama Adi (Assistenza Domiciliare Integrata). E’ un servizio che, ironia della sorte, la stessa amministrazione regionale ha depotenziato negli anni. La vera criticità, però, è strutturale: mentre si parla di ‘prossimità’, le nuove Case di Comunità rischiano di drenare le poche risorse umane rimaste, svuotando le medicine di gruppo e i territori. Con una previsione di perdita del 20% degli infermieri nel vicentino nei prossimi dieci anni, chi porterà fisicamente l’ospedale nelle case?”.
Cunegato conclude amareggiato: “Più che un ospedale liquido, quello che emerge è un sistema che scivola via dalle responsabilità pubbliche per approdare nel portafogli dei cittadini. Gli anziani del Veneto, probabilmente, avrebbero bisogno di ben altro”.

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