Tav, croce e delizia: la realpolitik di Possamai, l’offensiva delle minoranze

La scena che ha riacceso la guerra della TAV a Vicenza non si è svolta in un cantiere, né in un’aula consiliare. È iniziata davanti a uno schermo. Una lettera di Rete Ferroviaria Italiana arriva agli enti coinvolti nella vicenda del nodo est dell’Alta Velocità. È la fine di giugno. È venerdì sera. Nelle ore successive, prima ancora che il contenuto della comunicazione venga illustrato pubblicamente dalle istituzioni, la politica prende il sopravvento.

Un comunicato congiunto firmato da Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia, Noi Moderati, Udc, Impegno per Vicenza e Idea Vicenza sostiene che RFI abbia ormai imboccato una strada precisa: la soluzione a raso per il tratto orientale della linea e il cosiddetto scavalco ferroviario di Settecà, il “montone”, sarebbero diventati la direzione di marcia dell’opera. Nel testo compare anche un’accusa precisa: l’esito sarebbe il risultato dell’«inerzia» dell’amministrazione guidata da Giacomo Possamai. Da quel momento il dibattito tecnico si trasforma in una battaglia politica. Ma chi osserva la vicenda da lontano rischia di non coglierne la vera complessità. Perché la storia della TAV a Vicenza non è quella di una città divisa tra favorevoli e contrari. È molto più sfumata. E, proprio per questo, molto più interessante.
La TAV che attraversa Vicenza non è un progetto locale. Per comprendere ciò che sta accadendo occorre partire dalle dimensioni dell’opera. La linea AV/AC Verona-Padova rappresenta uno dei principali investimenti ferroviari in corso nel Nord Italia e costituisce parte della direttrice Milano-Venezia inserita nella rete transeuropea dei trasporti. Secondo RFI, l’obiettivo è aumentare la capacità della rete, separare il traffico veloce da quello regionale e merci e migliorare frequenza e regolarità dei collegamenti. L’intero tracciato Verona-Padova si sviluppa per circa 76,5 chilometri ed è suddiviso in tre lotti funzionali. Il primo riguarda la tratta Verona-Bivio Vicenza. Il secondo è l’Attraversamento di Vicenza. Il terzo collega Vicenza a Padova. Il tratto che interessa direttamente la città berica è stato approvato nel 2023 dal commissario straordinario Vincenzo Macello e prevede circa 6,2 chilometri di nuova linea, oltre al rinnovo di quasi 5 chilometri di infrastruttura esistente.
I lavori avanzano e le ricadute sono già visibili. Nelle ultime settimane RFI ha programmato nuove interruzioni ferroviarie tra Verona e Vicenza per consentire attività legate all’attivazione della futura linea AV/AC e all’inserimento dei nuovi innesti sulla rete esistente. Altre lavorazioni sono previste durante l’estate. Su questo nessuno discute più. La discussione riguarda invece il modo in cui l’ultimo tratto ancora aperto al confronto dovrà inserirsi nel territorio.
Il “montone” di Settecà, simbolo di un conflitto. L’epicentro del confronto si trova a est della città. Qui emerge la questione dello scavalco ferroviario previsto nell’area di Settecà, struttura tecnica che consentirebbe a una linea di sovrapporsi all’altra senza interferenze operative. Nel linguaggio ferroviario viene comunemente chiamato “montone”. Per i progettisti è una soluzione funzionale alla circolazione futura. Per molti residenti e comitati è invece il simbolo di un’infrastruttura percepita come troppo impattante sul tessuto urbano. Negli anni sono state avanzate richieste di soluzioni differenti, compresi approfondimenti su ipotesi di interramento o su configurazioni alternative del nodo orientale. Dietro la questione tecnica si nasconde una domanda politica molto semplice: quanto può ancora incidere una comunità locale sul progetto di un’opera nazionale quando la gran parte delle decisioni è già stata assunta?
Possamai e la via della realpolitik. Per comprendere la posizione del sindaco Giacomo Possamai occorre sgombrare il campo da un equivoco. Possamai non è mai stato un sindaco No Tav. Anzi, la sua strategia politica è stata costruita sul presupposto opposto: accettare che l’opera si sarebbe realizzata e provare a spostare la partita sulle modifiche possibili. È una posizione che ha poco di ideologico e molto di pragmatico. L’obiettivo dichiarato dall’amministrazione è sempre stato quello di ridurre l’impatto urbano del progetto attraverso il confronto con RFI, il commissario straordinario e il Ministero delle Infrastrutture. Negli ultimi anni il Comune ha avanzato richieste di revisione e ottimizzazione progettuale riguardanti la cantierizzazione, le opere viarie e l’integrazione dell’infrastruttura nel contesto cittadino. Un passaggio importante arriva nel febbraio 2025 quando la Regione Veneto approva uno schema di protocollo d’intesa che recepisce richieste avanzate dal Comune e definisce un percorso per valutare modifiche ritenute compatibili con i vincoli tecnici, economici e temporali dell’opera.

Lo stesso documento regionale riconosce che Vicenza ha formulato proposte di ottimizzazione finalizzate a una migliore integrazione urbana del progetto. Negli ultimi mesi Possamai ha insistito sulla necessità di evitare soluzioni “calate dall’alto” e di mantenere aperto il confronto sulle opzioni meno impattanti per i quartieri interessati. È una linea che però comporta un rischio politico evidente. Se alla fine l’opera dovesse procedere in forme molto vicine a quelle originarie, la trattativa rischierebbe di apparire come una lunga mediazione senza risultati.
L’offensiva del centrodestra: È esattamente su questo terreno che l’opposizione ha deciso di attaccare. Nel comunicato diffuso dopo la lettera di RFI, i partiti del centrodestra sostengono che la vicenda dimostri come il Comune sia arrivato troppo tardi ai tavoli decisivi. Secondo questa lettura, la soluzione individuata per il nodo est sarebbe la conseguenza di anni nei quali Palazzo Trissino non avrebbe esercitato con sufficiente determinazione il proprio peso politico. La critica è particolarmente significativa perché non mette in discussione la TAV in sé. Mette in discussione la strategia negoziale del sindaco.Il messaggio dell’opposizione è chiaro: il problema non sarebbe il progetto, ma l’incapacità dell’amministrazione di modificarlo quando esistevano margini maggiori per farlo.
Le contraddizioni di una battaglia che divide anche il centrodestra. La vicenda, tuttavia, presenta un elemento che rende il quadro molto più complesso di una semplice contrapposizione tra maggioranza e opposizione. Dopo il comunicato dei partiti vicentini, infatti, sono emerse letture più caute sulla portata definitiva delle decisioni attribuite a RFI. La stessa maggioranza comunale ha sottolineato come il percorso non fosse stato formalmente concluso nei termini descritti dall’opposizione e ha contestato il fatto che una comunicazione di simile rilevanza fosse stata anticipata politicamente prima della sua piena illustrazione istituzionale. È qui che Possamai sceglie di contrattaccare. Non soltanto sul merito del progetto. Anche sul metodo. Il sindaco e la maggioranza ribaltano l’accusa sostenendo che il problema non sia soltanto il contenuto della lettera, ma il fatto che una decisione attribuita a Governo e RFI venga prima raccontata da esponenti politici e solo successivamente discussa nelle sedi istituzionali.

La mossa consente a Possamai di uscire dalla posizione difensiva. Se il centrodestra lo accusa di non aver inciso abbastanza sul progetto, lui risponde mettendo in evidenza un’altra questione: chi rappresenta davvero gli interessi della città quando le decisioni vengono assunte ai livelli superiori del sistema politico e amministrativo? È una replica che colpisce un punto sensibile. Perché una parte del centrodestra locale si trova a contestare gli effetti di decisioni che maturano all’interno di un quadro istituzionale guidato, a livello nazionale, da forze politicamente alleate.
La posizione di RFI. Nel frattempo RFI continua a muoversi su un terreno diverso da quello della polemica politica.Nelle proprie comunicazioni ufficiali la società ha sempre ricondotto la realizzazione dell’opera a esigenze di capacità ferroviaria, efficienza del servizio e integrazione nella rete europea dei trasporti. Allo stesso tempo ha riconosciuto l’esistenza di interlocuzioni con gli enti locali finalizzate a migliorare l’inserimento urbano della nuova infrastruttura e delle relative opere accessorie. La posizione dell’azienda resta sostanzialmente costante: l’opera deve procedere, ma esistono margini di confronto sulle modalità di integrazione nel territorio nei limiti consentiti dal progetto, dai finanziamenti e dal cronoprogramma.
Il vero significato politico del caso Vicenza. La vicenda del nodo est racconta qualcosa che va oltre Vicenza. Per anni il dibattito italiano sulle grandi infrastrutture si è sviluppato lungo una linea semplice: favorevoli contro contrari. Qui, invece, quel modello non funziona più. Il sindaco non contesta l’opera ma cerca di modificarla. I comitati non sempre chiedono di fermarla ma di ripensarne alcuni aspetti. Il centrodestra la sostiene ma accusa il Comune di non averne influenzato sufficientemente il disegno. RFI difende il progetto ma continua a negoziare elementi della sua integrazione urbana. Per questo la lettera arrivata alla fine di giugno ha prodotto un effetto così dirompente. Non perché abbia chiuso definitivamente la partita — su questo le interpretazioni politiche restano divergenti — ma perché ha reso evidente una verità più profonda: a Vicenza il confronto non riguarda più l’esistenza della TAV. Riguarda il controllo del suo ultimo tratto politicamente contendibile. Ed è su quel tratto di ferrovia, molto più che sui binari già in costruzione, che si sta combattendo una delle battaglie infrastrutturali più significative del Veneto.
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