I trentini chiamano, annessione più vicina. Carotta: “La nostra storia è con loro”

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Da quasi vent’anni Pedemonte vive in una sorta di sospensione, come se il tempo istituzionale scorresse più lento di quello della comunità. Il referendum del 2008, che sancì con nettezza la volontà di tornare sotto la Provincia autonoma di Trento, è rimasto lì, fermo in un cassetto del Parlamento. E intanto il paese continua a muoversi, a crescere, a guardare verso nord, mentre la politica alterna slanci, promesse e lunghi silenzi.
Oggi, con un nuovo disegno di legge depositato in Senato, la vicenda torna a farsi sentire. Ma a Pedemonte nessuno dimentica quanto già accaduto.

Era il marzo del 2008 quando i cittadini furono chiamati alle urne per decidere se restare in Veneto o chiedere l’aggregazione al Trentino-Alto Adige. La risposta fu inequivocabile: affluenza alta, quorum raggiunto, larga maggioranza di “sì”. La Corte di Cassazione certificò l’esito, come previsto dall’articolo 132 della Costituzione. Da quel momento, la palla passò al Parlamento. E lì si fermò. Negli anni, la questione riaffiorò più volte, senza mai trovare una conclusione. Fino a oggi, quando il senatore Meinhard Durnwalder (SVP) ha riproposto la questione in Senato, ricordando che il voto popolare è ancora valido e che la procedura può – e deve – essere completata.

Per capire perché Pedemonte continui a guardare al Trentino, bisogna ascoltare le parole del sindaco Diego Carotta. Non parla di vantaggi economici, non riduce la questione a un calcolo di bilanci o servizi. Va più a fondo, molto più a fondo: “Chi pensa sia solo una questione economica – afferma il primo cittadino – trascura un fatto molto più profondo, che affonda le sue radici nella storia della nostra terra. Fino alla fine del primo conflitto mondiale eravamo territorio austriaco. I nostri monumenti, a Pedemonte e Casotto, riportano come inizio delle belligeranze il 1914, non il 1915, tanto per fare un esempio”. È un dettaglio che dice molto: la memoria locale non coincide con quella veneta. E non è solo una questione di passato, Carotta lo sottolinea con naturalezza: “Io stesso, ma anche le nuove generazioni, guardiamo con maggiore facilità al versante trentino, per relazioni e vissuto. I legami più stretti sono con Lavarone e Luserna”. Un’affermazione che trova riscontro anche nelle prese di posizione dei comuni cimbri dell’Alpe Cimbra, che negli anni hanno più volte espresso sostegno al ritorno di Pedemonte in Trentino.

Pedemonte è un paese di confine, ma non nel senso geografico: è un confine culturale, linguistico, storico. Per secoli è stato parte del Tirolo storico, amministrato dall’Impero austro-ungarico fino al 1918. La Diocesi di Trento ha mantenuto la giurisdizione ecclesiastica fino al 1964. Il catasto segue ancora il sistema teresiano. È un’identità stratificata, che non si improvvisa e non si cancella con un tratto di penna. E il disegno di legge presentato in Senato riaccende la discussione. Durnwalder parla apertamente della necessità di “perfezionare la procedura avviata con il referendum del 2008”, ricordando che la volontà popolare è stata chiara e che la Costituzione prevede un percorso preciso.

A Pedemonte, però, la prudenza è d’obbligo. Il sindaco Carotta lo dice con una sincerità che tradisce anni di attesa: “Speriamo sia la volta buona. La speranza rimane, ma dipende da quanto la politica avrà davvero intenzione di portare avanti questa causa”. Una frase che pesa. Perché riassume tutto: la determinazione del paese, la lentezza delle istituzioni, la sensazione di essere rimasti a metà strada. Nel 2024 il Consiglio comunale ha ribadito all’unanimità la volontà di procedere con il cambio di regione, inviando la delibera anche al presidente del Veneto Luca Zaia. Un gesto politico, certo, ma anche simbolico: Pedemonte non vuole che la sua storia venga archiviata come una pratica dimenticata. Il “Comitato per tornare in Trentino” continua a lavorare, a informare, a tenere viva l’attenzione. E la comunità, nel frattempo, continua a vivere come ha sempre fatto: con un piede nel presente e lo sguardo rivolto verso nord.

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