Spettacolando – Kind of Miles, a Verona l’omaggio di Fresu alla leggenda di Miles Davis

“Kind of Miles” è un’opera teatrale e musicale, ideata composta e interpretata da Paolo Fresu per celebrare il genio di Miles Davis. Lo spettacolo, andato inscena 7 e 8 marzo al Teatro Ristori di Verona, fa parte di una trilogia che intreccia la vita e la musica di Davis con il percorso personale di Fresu.
Più che un concerto è un omaggio che profuma di storia d’amore, di quelle appassionanti e travolgenti, piene di rispetto e ammirazione ma anche paura e gratitudine. Non è un rapporto alla pari, ma questa volta patriarcato e discriminazioni non c’entrano. Non c’è abuso né sopruso, c’è solo quel sacro rispetto che si ha verso chi ti ha cambiato la vita per sempre e che guardi da distante perché ti senti già abbastanza grato della luce che ricevi.
Fresu attraversa la storia del jazz ripercorrendo la sua vita musicale ma è solo un pretesto per provare a raccontare cosa sia stato e ancora sia Miles Davis, e non solo per lui: perché nell’anno del centenario della sua nascita si sancisce la sua eternità. In un film di Godard (“Fino all’ultimo respiro”) c’è un dialogo che recita così: qual è il tuo più grande sogno? Diventare immortale e poi morire. Davis l’ha realizzato, magari senza saperlo.
Fresu racconta com’è nata la sua passione musicale e com’è diventato uno dei jazzisti più importante d’Italia. Di come la storia della provincia sarda si sia intrecciata con quella degli Usa e di come la sagra del paese con un suo amico che gli dice dai vieni anche tu, sia diventato quel luogo da cui è partito tutto.
La voce quasi gli trema tra le labbra, come se non si sentisse neppure degno di parlare di Lui: ogni parola è finalizzata all’omaggio verso il suo dio, quel dio che quando si è trovato a due passi da lui, quando gli hanno detto, dai Paolo, vieni che ti presento Miles, lui è scappato più forte che poteva, con il terrore di poter incrociare Davis in un altro locale, o persino in autostrada. Non sono degno neppure di stringergli la mano, questo pensava Fresu.
Fresu alterna un pezzo musicale al racconto, e la voglia di parlare è superiore a quella di suonare: ma lui è Fresu, non può non far cantare la sua tromba. Come un bambino timido e rispettoso, però, avrebbe solo voglia di raccontare le gesta del suo eroe: quel fuoco, quella tempesta, quel delicato uragano di emozioni che definiva la vita ogni volta che Miles Davis respirava dentro la sua tromba. L’eroina, gli eccessi, le macchine sportive, le catene d’oro pesanti come lingotti, erano solo piccole lentiggini sul viso di sua maestà: dettagli insignificanti, oppure ostacoli che ha saputo superare per arrivare a quella musica capace di scuotere coscienze, far cadere muri e cambiare traiettorie di chissà quante vite.
La qualità acustica dentro al Ristori è notevole e l’eleganza della sala contribuisce a creare un ambiente raccolto, quasi intimo, in cui ogni sfumatura sonora riesce a emergere con nitidezza: potremmo essere davvero ovunque nel mondo.
Si passa dalle atmosfere modali di “Kind of Blue” a quelle più elettriche e sperimentali degli anni successivi, con una fluidità narrativa/scenografica che rende il concerto quasi cinematografico. Non si tratta di una semplice sequenza di brani, ma di un racconto sonoro costruito con cura, in cui ogni pezzo rappresenta un capitolo di una storia più ampia.
Qualche improvvisazione sembra alternarsi al groove sempre presente e mai invadente che accompagna la narrazione, ma la doppia batteria scuote a tratti le ritmiche, e la band torna a vibrare sui tempi dettati dalla tromba di Fresu.
L’anno del centenario è appena iniziato e i vari festival sono in trepida attesa. A maggio sarà il turno di Vicenza, che titola così: dalle trombe di Gerico al divino Miles. Non vediamo l’ora di goderci questo 2026.
Paolo Tedeschi
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