Referendum, l’Italia s’è desta: il No blinda la Costituzione, il Veneto riapre la questione settentrionale

All’indomani del voto referendario, il Paese si sveglia diviso non tanto sull’esito, un “no” schiacciante alla proposta di riforma costituzionale del governo Meloni, quanto sul significato politico del risultato.
Di fatto, per la popolazione era un referendum politico, troppo difficile il contenuto per poter pensare che la maggioranza potesse votare con consapevolezza sul contenuto. Ecco quindi che, ancora prima dei numeri, a stupire è l’affluenza record alle urne, contro ogni pronostico e al di là di ogni aspettativa.

L’Italia s’è desta insomma, con cittadini che, dopo aver disertato il voto alle regionali e alle politiche, hanno rispolverato la tessera per dire la loro.
E se per i sostenitori del “no” la mobilitazione popolare rappresenta una straordinaria lezione di civismo a tutela della Costituzione e dell’assetto democratico, i sostenitori della riforma masticano amaro e rilanciano. E spostano il focus sulla specificità veneta e del nord, dove il consenso al “sì”, delineando un’inversione di rotta allo standard generale ed evidenziando, secondo i politici che rappresentano il governo, una regione che corre a una velocità diversa.

I sostenitori del No
“Con oltre due milioni di voti di scarto il No ha vinto in maniera netta sul Si – affermano i vicentini Leonardo Nicolai, Mattia Pilan, Martina Corbetti, esponenti di Coalizione Civica Sinistra Verdi – Ma è anche il dato di Vicenza città che ci riempie di orgoglio. Anche qui infatti vince il No, con un buon margine di quasi 2000 voti, pur avendo in città personalità politiche di peso regionale del centrodestra che in queste settimane hanno fatto una campagna battente”.
I tre continuano: “Per mesi il centrodestra ha strumentalizzato quanto accadeva in città per farne una battaglia politica, ma il responso è chiaro: dalle scorse amministrative il fronte democratico ha guadagnato 3314 voti, contro gli appena 2067 incassati dalla destra”.
“Con la vittoria del No si apre una nuova primavera – secondo Cgil e Anpi – E’ una boccata d’ossigeno per la Democrazia. Hanno vinto la partecipazione e la Costituzione. Ancora una volta i cittadini e le cittadine ed i tantissimi giovani, decisivi su questo voto, hanno dimostrato che quando sono in gioco la Costituzione e la Democrazia fanno sentire la loro voce. Il governo cercava con questo appuntamento elettorale la piena legittimazione popolare per proseguire nel suo disegno autoritario: così non è stato”.

“L’Italia si è mossa per difendere la Costituzione italiana, contro un disegno che mirava a indebolire la magistratura e a minarne l’indipendenza – sostiene Carlo Cunegato, consigliere regionale di Avs – Il risultato del referendum 2026 è stato anche un voto contro il governo Meloni. I giovani, soprattutto, sono andati a votare per il No perché, non esistono nell’agenda del governo di destra. Le condizioni degli italiani continuano a peggiorare: la sanità è sempre più privatizzata, i salari crollano. Meloni paga anche l’abbraccio mortale con Donald Trump”.
Per i sostenitori del No a far vincere il Sì in Veneto e al nord non è stata la reale esigenza della riforma sulla giustizia riforma, quanto l’effetto di una narrazione alimentata da decenni di slogan leghisti. Si tratterebbe di un “sogno di autonomia” strumentale, utilizzato dalla destra per fomentare divisioni territoriali a scopi elettorali. In quest’ottica, il voto del nord rifletterebbe l’adesione a una promessa identitaria piuttosto che a un progetto istituzionale concreto e sostenibile.

I sostenitori del Sì

“Il risultato del Referendum costituzionale – commenta il deputato vicentino della Lega Erik Pretto – sulla riforma della giustizia ci consegna un messaggio chiaro e inequivocabile: i cittadini si sono espressi, e il loro voto rappresenta il fondamento più autentico della nostra democrazia. È proprio nella partecipazione popolare che si misura la vitalità delle istituzioni e la legittimità delle scelte politiche. Il voto ha scandito in maniera netta la richiesta di una parte significativa del Paese, quella più dinamica, produttiva e orientata allo sviluppo economico e industriale, di procedere con determinazione nel cammino delle riforme. In particolare, il Nord-Est si conferma ancora una volta motore di questa spinta riformatrice, chiedendo con forza maggiore efficacia, stabilità e modernizzazione del sistema Paese, anche nella gestione della giustizia. Questo risultato – conclude Pretto – che proviene dal nostro territorio non può e non deve essere ignorato. È un mandato politico preciso che ci impone responsabilità e coerenza nel proseguire un percorso di innovazione ed efficientamento ritenuto necessario e non più rinviabile. Occorre ora tradurre questa volontà popolare in azioni concrete, capaci di rendere il sistema più equo, più giusto, più rapido e più vicino alle esigenze di cittadini e imprese”.

“Il voto referendario sulla riforma della giustizia ha certificato ancora una volta quanto il nostro sistema politico e istituzionale sia bloccato – sostengono Riccardo Barbisan e Matteo Pressi, rispettivamente capigruppo di Lega – Liga Veneta e lista Stefani Presidente in Consiglio regionale del Veneto – Le riforme costituzionali si possono fare solo con un voto parlamentare ampio, che coinvolga maggioranza e opposizione, o mediante conferma referendaria. Il risultato del referendum sulla riforma della giustizia impone una riflessione più ampia e non più rinviabile. Al centro del dibattito pubblico deve tornare con forza una questione strutturale che da troppo tempo caratterizza il nostro Paese: il rapporto tra territori. I dati e le dinamiche emerse confermano infatti una differenza ormai sistematica, e per molti aspetti storica, nelle visioni, nelle priorità e nelle valutazioni politiche tra diverse aree dell’Italia. È l’espressione di una frattura profonda che attraversa il Paese e che riguarda il modo stesso in cui i cittadini percepiscono le istituzioni, la giustizia e il ruolo dello Stato”.

Anche secondo Riccardo Szumski, il nodo della vittoria del No in Italia e del Sì al nord, e in particolare in Veneto, è da ricercarsi nei valori identitari del territorio: “Il risultato del referendum riapre la questione settentrionale. C’è un’evidente distanza tra il risultato di regioni come il Veneto, la Lombardia e il Friuli Venezia Giulia e il centro Italia e il meridione.  La questione settentrionale, soprattutto veneta, non è mai stata seriamente affrontata. La Lega Nord ha fatto di tutto per svilirla, camuffarla e governarla ma per nasconderla in una richiesta di autonomia differenziata che non porta a niente. Serve una riforma radicale delle nostre istituzioni. La questione va ripresa e riportata all’attenzione generale con il coinvolgimento di cittadini, istituzioni e parti sociali che abbiano mantenuto ancora il senso di un futuro degno. Oggi paghiamo ritardi indecorosi delle infrastrutture, una scuola implosa che sforna giovani che appena possono scappano all’estero, uno scenario demografico agghiacciante e un sistema sanitario in grandi difficoltà”.

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