Punti nascita: Valdagno verso la chiusura, Asiago si salva. Scontro Pd – Fdi

Una rete da ridisegnare, tra calo delle nascite e richiami da Roma su sicurezza ed efficienza. La Giunta regionale del Veneto mette mano all’organizzazione dei punti nascita e nel Vicentino emerge una linea chiara: Asiago si salva, mentre per Valdagno si avvia il percorso di riconversione che porta alla soppressione del servizio. Ma attorno alla decisione si accende subito il confronto politico, con un duro botta e risposta tra centrodestra e centrosinistra.
Un riassetto che arriva dopo il parere negativo del Comitato Percorso Nascita nazionale (CPNn) sulle deroghe richieste dalla Regione per mantenere aperti i punti nascita con meno di 500 parti all’anno. Un pronunciamento che mette Palazzo Balbi davanti ad un bivio, anche alla luce del rischio di rilievi sulla qualità dei servizi sanitari per le annualità 2022 e 2023. Da qui la scelta di aggiornare la rete, puntando su una maggiore concentrazione delle attività e su standard più elevati di sicurezza.
Se Asiago viene confermato per le sue peculiarità territoriali diversa è la sorte di Valdagno, inserito tra i presìdi destinati alla riconversione insieme ad Adria, Portogruaro e Castelfranco Veneto. Nonostante i numeri contenuti infatti, il punto nascita dell’Altopiano viene preservato per ragioni legate alla specificità del territorio. La Giunta ha evidenziato come la posizione geografica – oltre i mille metri di altitudine – e le difficoltà di collegamento, soprattutto nei mesi invernali, rendano problematico il trasferimento delle partorienti verso le strutture di pianura. I tempi di percorrenza possono raggiungere anche l’ora e mezza, tra neve e traffico turistico. Non solo logistica. Nella valutazione regionale pesa anche il progressivo rafforzamento organizzativo dell’ospedale di Asiago, con il potenziamento delle dotazioni e una gestione condivisa del personale con altri presidi, come Bassano e Santorso, per garantire standard adeguati di sicurezza. Non così per l’altro punto vicentino, invece, benché di riferimento per l’intera valle dell’Agno, un comprensorio comunque vasto e complesso.
Una decisione che ha trovato immediatamente eco nel dibattito politico. Dal fronte del centrodestra arriva infatti la presa di posizione del capogruppo di Fratelli d’Italia in Consiglio regionale, Claudio Borga, che respinge le accuse e invita a guardare al quadro normativo nazionale. “È bene chiarire ai cittadini un aspetto fondamentale: l’eventuale chiusura dei punti nascita non nasce da una scelta del Governo Meloni né della Giunta regionale – afferma – ma dall’applicazione di una normativa nazionale introdotta durante il Governo Renzi, con il decreto Lorenzin, che ha fissato standard minimi per mantenere attivi questi servizi”.
Borga richiama quella stagione di politiche sanitarie improntate alla razionalizzazione della spesa, avviate già con il Governo Monti e proseguite negli anni successivi. “Le regole che oggi il Ministero richiama – sottolinea – sono figlie di quell’impostazione, che prevedeva la concentrazione delle prestazioni nei grandi ospedali e la riduzione dei presìdi meno sostenibili – affonda il consigliere meloniano – fa sorridere che oggi a criticare il centrodestra siano esponenti della stessa area politica che allora sosteneva quelle scelte”.
Ma la replica del Partito Democratico non è tardata ad arrivare ed è altrettanto netta. Le consigliere regionali Chiara Luisetto, Anna Maria Bigon e Monica Sambo respingono le accuse e parlano di una “ricostruzione distorta”: “Attribuire al centrosinistra la responsabilità della chiusura dei punti nascita è una falsificazione – dichiarano – i parametri oggi utilizzati derivano dall’accordo Stato-Regioni del 2010 e dalle successive programmazioni avviate durante il Governo Berlusconi. Per le esponenti dem, il tema non può essere ridotto a una polemica politica: “La questione è troppo seria per diventare uno scaricabarile. Oggi in Veneto governa il centrodestra, così come a Roma. Piuttosto che cercare colpevoli, chi ha responsabilità di governo dovrebbe spiegare quali soluzioni intende mettere in campo”.
Il Pd sposta quindi l’attenzione sulle ricadute concrete per i territori, in particolare per il Vicentino: “Quando si parla della chiusura di Valdagno non si discute di numeri, ma della vita delle persone – sottolineano le consigliere – per molte famiglie delle aree montane e delle contrade più periferiche potrebbe significare percorrere anche 70 chilometri per raggiungere un punto nascita. Un tema che richiama, in controluce, proprio la scelta di salvare Asiago: un caso in cui la Regione ha riconosciuto il peso determinante della geografia e dell’accessibilità, andando oltre il semplice criterio numerico. Da qui la richiesta del Pd di estendere la stessa attenzione ad altri territori: “La sicurezza non può essere valutata solo in base al numero di parti, ma anche considerando le caratteristiche del territorio”.
Infine, l’appello al metodo: “Serve un confronto trasparente con i sindaci, con i professionisti e con le comunità locali. Non è accettabile apprendere decisioni così rilevanti senza sapere quali servizi alternativi verranno garantiti”. Sul tavolo resta dunque una riorganizzazione che segna un passaggio cruciale per la sanità veneta: meno punti nascita ma più strutturati, con l’obiettivo dichiarato di coniugare sicurezza e sostenibilità. Ma nel Vicentino, tra l’eccezione di Asiago e il caso di Valdagno, il nodo dell’equilibrio tra qualità delle cure e prossimità dei servizi è tutt’altro che sciolto – e promette di restare al centro del confronto politico nelle prossime settimane.
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