E a un certo punto inizi a chiederti se ti stanno già guardando per altro. E allora smetti.
Smetti prima che qualcuno capisca, prima che qualcosa ‘venga fuori’. Che poi non sai neanche bene cosa dovrebbe venire fuori. Che ti piacciono i ragazzi? Davvero basta questo per diventare qualcosa da spiegare, da discutere, da sistemare? Io questo non lo accetto.
Ma allo stesso tempo ci vivo dentro. Perché poi non è solo lo spogliatoio. Sono anche quelli ‘bravi’, quelli che parlano di rispetto, quelli con cui riesci anche a fare discorsi profondi.
Poi apri Instagram e vedi chi seguono, le cose che condividono, il ‘segui’ sotto il nome di Vannacci con commentini a corredo, e ti si spegne qualcosa. Non perché ti sorprendano, ma perché capisci che il rispetto spesso vale finché non tocca davvero qualcuno vicino.
E io, vicino, non voglio neanche avvicinarmi troppo. Per sicurezza. Non voglio essere un tema. E invece lo diventi subito. Se dici chi ti piace, non sei più uno. Diventi ‘uno gay’.
Una parola che cambia il modo in cui ti guardano, anche quando fanno finta di niente. E allora devi scegliere: o quello invisibile, tranquillo, che non crea problema o quello che deve quasi esagerare per esistere davvero. E qui lo dico, anche se darà fastidio: non mi sento rappresentato neanche da certe cose che dovrebbero aiutarmi. I tutorial di make-up, le gonne, la provocazione continua… Non perché ci sia qualcosa di sbagliato in chi lo fa – ognuno faccia quello che vuole – ma perché poi quella roba diventa l’immagine unica, quella che gli altri usano per dirti ‘ah, allora sei così’. E io non sono così. Ma non sono neanche quello che si nasconde a vita e basta. Sono in mezzo dove ci stanno miliardi di persone.
Eppure in mezzo sembra che non ci sia posto. E poi ci sono quelle sigle. Lgbtq, lettere su lettere. Dovrebbero includere. A me a volte fanno sentire etichettato. Un cavolo di virus, un elemento da tavola periodica. Qualcosa che invece di semplificare, complica tutto. Come se dicessero prima chi devi essere, invece di lasciarti essere e basta.
Ma davvero dobbiamo dichiararci come in una dogana della vita? Davvero serve timbrare qualcosa per poter amare qualcuno? Io non voglio passare da nessuna dogana. Non voglio spiegare, non voglio giustificare, non voglio fare coming out come se fosse un discorso preparato davanti a una commissione. Voglio vivere. Voglio vivere. Voglio vivere mille volte. E basta! Voglio potermi innamorare senza diventare una conversazione. Voglio poter sbagliare, fare casino, essere scemo come tutti gli altri a 19 anni. Voglio ridere con gli amici senza dover controllare ogni parola. Voglio esistere senza che qualcuno, da qualche parte, pensi anche solo lontanamente che di me ci si possa ‘liberare’. Perché quella frase – ‘me ne sono liberato’ – non è solo un mostro isolato. È una crepa. E dentro quella crepa, a volte, ci finisci anche tu. Anche solo con la paura. E dopo ogni Pride esagerato rimani tu solo in una vita che non è una filata, ma la vita che voglio fare come milioni di altri ragazzi e ragazze.
Io voglio i diritti e la libertà di chiunque. Lasciate che uno come me si mischi, si perda, si confonda nella vita degli altri senza essere ogni volta un caso. Senza riflettori. Senza etichette. Senza categorie. Senza dover dimostrare niente a nessuno. Posso? O è ancora troppo chiedere di essere solo un ragazzo di 19 anni che vive come ca**o gli pare?”