Infermieri dall’estero: la scorciatoia dell’importazione anziché valorizzare gli italiani

Infermieri dall’estero per dare servizio alla montagna, parte l’esperimento nel bellunese. E’ la notizia di oggi in tema di sanità veneta ma dietro a tanta enfasi è il caso di fare qualche riflessione. Il Veneto e il governo scommettono sui reclutamenti di infermieri all’estero per coprire i vuoti dell’organico, ma resta irrisolto il nodo degli stipendi e delle fughe dei professionisti locali. Le fughe di quei professionisti che all’estero trovano stipendi migliori, welfare e dignità professionale che, in Italia, sono un miraggio.

In un Servizio Sanitario Nazionale sempre più stremato da carenze d’organico strutturali, la soluzione d’emergenza rischia di trasformarsi in una strategia ordinaria: andare a cercare infermieri dall’altra parte del mondo piuttosto che aumentare gli stipendi e migliorare le condizioni di lavoro di chi si è formato in Italia.

Mentre a livello nazionale il Ministro della Salute Orazio Schillaci nel 2024 aveva confermato il piano per reclutare 10.000 infermieri dall’India per fare fronte a un buco di circa 30.000 unità nel Paese, le singole Regioni iniziano a muoversi in autonomia. Il Veneto ha tracciato la rotta approvando un progetto pilota nel bellunese, per favorire l’ingresso e l’integrazione di infermieri proveniente dall’estero, con uno sguardo privilegiato rivolto ad Argentina e Brasile, aree che contano una grande presenza di sud americani con la cittadinanza italiana o discendenti di Italiani che possono ottenere la cittadinanza per diritto di sangue.

La Giunta regionale del Veneto ha dato il via libera al protocollo d’intesa per l’Ulss 1 Dolomiti, una cordata che unisce la Regione, la Prefettura, la Provincia, i Comuni di Belluno e Feltre, l’Ater, il Consorzio Bim Piave, l’Università di Padova, l’OPI (Ordine delle Professioni Infermieristiche) e l’Associazione Bellunesi nel Mondo. L’iniziativa punta a definire un perimetro operativo strutturato con canali d’accesso veloce, abitazioni, corsi di lingua e inserimento sociale.

“La carenza di infermieri è una questione strutturale e richiede risposte organizzate, non interventi isolati – dichiara l’assessore regionale alla Sanità Gino Gerosa – Con questo protocollo costruiamo un percorso serio, nel quale il reclutamento sia accompagnato dalla verifica delle professionalità, dalla formazione linguistica, dal tutoraggio e da condizioni adeguate di accoglienza. Non si tratta solo di individuare i candidati ma anche e soprattutto di creare le condizioni perché possano lavorare in sicurezza e inserirsi correttamente nei nostri servizi”.

Resta una domanda: perché invece di importare infermieri dall’estero non si decide di adeguare gli stipendi per fare in modo che gli italiani non costruiscano il loro futuro  all’estero? Se da un lato il progetto pilota del Bellunese cerca di dare una risposta concreta alle zone più periferiche e svantaggiate della regione, dall’altro riapre un acceso dibattito etico ed economico: perché si investono risorse per importare professionisti anziché trattenere quelli italiani?

Gli stipendi degli infermieri in Italia continuano a figurare tra i più bassi d’Europa, con una forbice inferiore anche del 20% rispetto alla media UE. Stipendi bassi che, uniti a turni estenuanti e al mancato riconoscimento della professione, spinge ogni anno centinaia di giovani laureati italiani a fuggire verso Paesi vicini (come la Svizzera, l’Inghilterra o il Nord Europa) dove le retribuzioni risultano raddoppiate o triplicate.

Fornire casa, corsi di lingua, facilitazioni burocratiche e supporto logistico ad ampie quote di personale estero comporta infatti un impegno economico non trascurabile per gli enti locali e i servizi territoriali. Risorse che le organizzazioni sindacali e gli ordini professionali chiedono da tempo di destinare al miglioramento dei contratti collettivi nazionali e alla defiscalizzazione delle buste paga dei professionisti locali.

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