Segafreddo: “I bracconieri? Alcuni lo sono davvero, altri per colpa della legge”

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Nelle scorse settimane sono stati diversi gli episodi rilanciati dalla stampa relativi a casi di bracconaggio. Dalle uccisioni di rari esemplari (monitorati perlatro) di ibis eremita (uno anche a Montecchio Precalcino a metà ottobre) fino all’episodio di padre e figlio a Recoaro Terme, che hanno puntato i loro fucili contro gli agenti della Polizia Provinciale. Ma chi sono effettivamente i bracconieri? Sono veramente degli assassini senza scrupoli come vengono dipinti? Per capirne di più ne abbiamo parlato con un cacciatore, Luca Segafreddo, presidente del Gruppo Ungulati Val Leogra, che cura la caccia di selezione nell’Alto Vicentino. Il gruppo si occupa del controllo della fauna selvatica nei comuni di Schio, San Vito di Leguzzano, Torrebelvicino, Santorso e Piovene, conta 50 soci e ha importanti ma poco conosciuti compiti di tutela del territorio e della fauna.

Segafreddo, chi è il bracconiere? 
Il sostantivo bracconaggio deriva dal francese braconnage, il cui significato è “pratica illegale di caccia e di pesca, sia perché la specie cacciata o pescata è protetta, sia perché i periodi di caccia o di pesca non sono rispettati, sia perché esse vengono esercitate senza autorizzazione o tramite dei mezzi non consentiti”. Spiego con un esempio un concetto importante riguardo alle leggi in materia venatoria, che possono portare a definire bracconiere una persona: un cacciatore toscano caccia lo storno in deroga mentre in Veneto questo è proibito. Se abbatte degli storni un cacciatore veneto, egli commette un reato, e per legge è considerato un bracconiere, pur facendo la stessa identica cosa del collega toscano. La domanda giusta da porsi in questo caso quindi non è chi è un bracconiere, ma quale danno può aver arrecato il cacciatore veneto alla specie, all’ambiente e all’ecosistema per aver abbattuto degli uccelli di una specie migratoria sovrabbondante, che il collega toscano invece non arreca, pur facendo lo stesso.

Sembra quasi una contraddizione in termini. Dice quindi che il bracconaggio è una sorta di costruzione normativa?
Lo è sempre stato, ed è destinato a costante mutazione nel tempo. Nel XVI secolo, in Francia, un contadino che avesse ucciso un cervo, ritenuto selvaggina regale, era passibile di pena di morte. La selvaggina era proprietà del Re e chi se ne appropriava indebitamente non era definito ladro, bensì bracconiere. Furti d’altro genere potevano essere passibili di carcere o altre punizioni, il bracconaggio no. L’impianto legislativo, cioè le leggi dell’uomo, spesso frutto di compromessi, di accordi tra enti, associazioni venatorie, mondo ambientalista e quant’altro, sono sovente assai lontane dalle vere esigenze di tutela dell’ambiente e della fauna che lo popola. La regione Toscana consente la caccia in deroga allo storno, in quanto bisogna limitarne la popolazione per i danni che procura alle colture, viti ed ulivi in primis. Quindi storno a Barberino del Mugello sì, mentre a Pian Del Voglio, che è in provincia di Bologna, no? Avrà senso così.
Un altro caso pratico per sottolineare quanto sia “curioso” il sistema italiano in termini di caccia è quello della posta alla beccaccia. La beccaccia non si può aspettarla all’alba al rientro dalla nutrizione notturna e, analogamente, non lo si può fare al tramonto. Paradossalmente però lo stesso uccello può essere abbattuto alle 6.30 (quindi sempre alba) con il cane dopo averlo fatto alzare in volo, ma è vietato farlo da fermi alle 6.15. Allora la questione è: quale danno può arrecare alla specie, all’ambiente e all’ecosistema questa distinzione? Che differenza fa all’animale l’essere abbattuto all’aspetto o essere abbattuto perché fatto involare per sbaglio da un cacciatore che sta transitando di lì, ed ha la fortuna di tirarle una fucilata imprevista? All’uccello non cambia nulla e nemmeno all’ambiente, ma al cacciatore sì perché può diventare un bracconiere. Questa è l’assurdità. E ci sono altre decine di casi simili che fanno di un cacciatore un bracconiere sporco e cattivo, ma non è il caso di dilungarsi.

Si sa che l’Italia, per dirla con un eufemismo, non è famosa per avere leggi semplici e coerenti. Anche i cacciatori non ne sono esenti da questo punto di vista. Ma dei bracconieri che uccidono caprioli, camosci ed animali stanziali che mi dice? Spesso le quote di animali uccisi o cacciati di frodo sono ben superiori a quelle assegnate.
La situazione per quanto riguarda gli animali stanziali è tutt’altro paio di maniche. Chi perpetra danni alla selvaggina di questo tipo, come ungulati o gallo cedrone, gallo forcello, coturnice, pernice bianca e lepre variabile, è un delinquente che può mettere a repentaglio l’equilibrio e lo stato naturale di una popolazione animale in un determinato territorio, destrutturandola. Questo tipo di bracconiere è pericoloso, in quanto mira alla carne e non fa distinzione tra i sessi e le classi d’età degli animali, predando quello che gli arriva a tiro e gli è più comodo per farla franca. Questa è la forma di bracconaggio che va combattuta con tutte le forze. Non la caccia all’aspetto alla beccaccia oppure i fringuelli in bocchetta al Muciòn.

Insomma, secondo lei ci sono due tipi di bracconaggio: uno che nasce dal dedalo inestricabile di leggi e sotto-leggi, che rischia di rendere buona parte dei cacciatori bracconieri, e uno che effettivamente causa danno. Come venirne a capo?
La repressione del bracconaggio alla selvaggina stanziale dovrebbe essere oggetto di tutti gli sforzi possibili delle autorità competenti così come del mondo venatorio sano. Tuttavia questo non avviene perché come spesso accade in questo Paese quello che è facile e rende di più è mettere gli autovelox per spillare soldi a chi va a lavorare, piuttosto che prendere i delinquenti che devastano i cimiteri e ti entrano in casa quando vai a fare la spesa (tanto per rimanere legati ai temi di questo periodo). Questa metafora vale anche per il mondo della caccia, ed è un problema storico. Quale gruppo ungulati Val Leogra noi ci prodighiamo di controllare il territorio sul quale esercitiamo l’attività di gestione e prelievo, comunicando alle autorità ogni situazione sospetta o di manifesta illiceità, e l’intervento delle guardie è quanto mai provvidenziale in tale frangente. Mi piacerebbe tanto fossimo in grado di fare molto di più e d’essere di maggior supporto alla Polizia Municipale, nostro interlocutore principale, andando a sopperire, almeno in minima parte, ad un contesto generale di tagli sistematici agli enti preposti al controllo dell’ambiente e della fauna.

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