Da Torre a Detroit: le elezioni Usa viste con gli occhi di un vicentino

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Redon Ipeku

“Donald Trump ha parlato a un miglio da me e non lo sapevo, c’erano ottomila persone a sentirlo e in ogni caso riuscire ad entrare al comizio sarebbe stato difficilissimo”. Al telefono (via whatsapp) c’è una voce giovane e gentile che giunge dagli States, e per la precisione da Clinton Township (ironia della sorte): è un sobborgo di Detroit, in Michigan, regione dei Grandi Laghi americani, uno degli Stati che ha fatto pendere l’ago della bilancia in favore di Trump.

Ci sono sei ore di differenza fra l’Italia e il Michigan e la voce dall’altro capo del telefono è quella di un ventunenne che parla italiano con un accento yenkee, perchè nato e cresciuto nell’Alto Vicentino. Un ragazzo capace e molto interessato a quello che gli succede intorno, compresa la politica. “Sono nato in Italia – racconta Redon Ipeku (i genitori sono di origine albanese) – e ho vissuto a Torrebelvicino i miei primi 14 anni di vita, prima di trasferirmi con la mia famiglia qui nel Michigan”. Redon studia giustizia penale alla Wayne State University e dopo la laurea il suo sogno è frequentare la scuola di giurisprudenza. Un osservatore cosmopolita di questa inaspettata elezione di Trump alla presidenza degli Stati Uniti d’America.

Redon è alla sua seconda elezione di un presidente americano. “Io non ho votato, ma quello che mi ha colpito di questa campagna elettorale è stata l’animosità della due fazioni: i sostenitori della Clinton e di Trump si accusavano a vicenda e i media hanno cercato di amplificare questi scontri. Ed è anche successo che i sostenitori della Clinton siano andati a protestare ai comizio dei repubblicani. In questi mesi non si è parlato molto di politica  e di contenuti dei programmi, quanto piuttosto dei reciproci scandali. Si è cercato soprattutto di mettere in cattiva luce l’altro candidato. Ci sono persone che hanno votato Trump solo perchè non gli piaceva Hillary Clinton e persone che hanno votato Clinton sono per bloccare l’ascesa di Trump. La contrapposizione è stata molto accesa: ho visto molti più cartelli elettorali piantati nei giardini in favore del proprio candidato ora rispetto alla campagna presidenziale del 2012”. Quella di fare propaganda elettorale dal proprio giardino è un’altra usanza tipicamente a stelle e strisce un’usanza anche questa tutta americana.

Redon si ricorda bene, però, che “4-5 anni fa Trump non era così a destra, parlava bene della Clinton, diceva che era un ottimo Segretario di Stato. E’ solo recentemente che ha cercato di metterla in cattiva luce”. E in effetti, le foto che raccontano anche l’amicizia che c’era fra le due famiglie, sono state pubblicate qua e là dai media. “In campagna elettorale Trump si è spostato a destra e la Clinton a sinistra. Trump ha interpretato il bisogno di rottura e la voglia di andare contro l’establishment” aggiunge Redon dal suo “osservatorio”.

“Quattro anni fa – continua Redon al telefono – la campagna è stata sicuramente più giocata sui contenuti rispetto ad ora, c’era più dialogo politico fra le parti”.

Quanto a come sono andate le elezioni, Redon sottolinea che il meccanismo di voto statunitense è diverso stato per stato e in alcuni Stati chi vince si piglia tutti i grandi elettori. “Qui non vince il candidato con più voti ma quello che ha ottenuto più punti all’electorate college. Ogni stato vale diversi punti e il primo candidato che arriva a 270, vince. Teoricamente si può argomentare che il candidato con più punti ha anche più voti popolari, ma nel 2000 ad esempio il candidato Al Gore ottenne la maggioranza di voti ma perse all’electorate college contro George W. Bush”. E così è accaduto anche martedì, con la Clinton sopra di uno 0,2 nel voto popolare, ma con meno punti fra i grandi elettori. “Sono sorpreso come tutti di questa vittoria, vedremo cosa ci riserverà il futuro”.

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