CineMachine | L’isola dei cani

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REGIA: Wes Anderson ● CAST: Bryan Cranston, Koyu Rankin, Edward Norton, Bob Balaban, Jeff Goldblum, Bill Murray, Kunichi Nomura, Akira Takayama, Greta Gerwig, Frances McDormand, Akira Ito, Scarlett Johansson, Harvey Keitel, F. Murray Abraham, Yoko Ono, Tilda Swinton, Ken Watanabe, Mari Natsuki, Fisher Stevens, Nijiro Murakami, Liev Schreiber, Courtney B. Vance, Satoshi Yamazaki, Gen Ueda, Ryuhei Matsuda, Frank Wood, Roman Coppola, Jun Takahashi, Edward Bursch ● GENERE: commedia, animazione, drammatico ● DURATA: 101 minuti ● DATA DI USCITA: 1 Maggio 2018 (Italia)

L’isola dei cani del 2018 per la regia di Wes Anderson.

Storia: In un futuro imprecisato, un’epidemia di influenza canina costringe il sindaco di una città giapponese a trasferire tutti i cani su un’isola limitrofa che funge da discarica. Un gruppo di questi emarginati dovrà presto intraprendere un viaggio epico quando un ragazzo di 12 anni arriverà sull’isola per scoprire che fine ha fatto il suo amato animale domestico.

Un film completamente in stop-motion come era stato per Fantastic Mr. Fox (2009) dove Wes Anderson aveva sperimentato questa tecnica portando a casa un piccolo capolavoro di animazione. In questo suo ultimo film, il regista texano raccoglie un cast da capogiro per doppiare un film d’animazione che nutre ulteriormente lo spirito andersoniano per come lo conosciamo.

Tra il casting ritroviamo il mitico Bill Murray, ospite fisso in quasi tutte le pellicole dirette da Anderson, e riscopriamo piacevolmente la voce suadente di Scarlett Johansson che già aveva dimostrato le sue alte prestazioni vocali in Lei (2013) di Spike Jonze. Ci sono poi Bryan Cranston alla sua prima collaborazione con Anderson e al suo primo vero ruolo da protagonista come doppiatore in un film d’animazione; appaiono poi tra i crediti Edward Norton, Jeff Goldblum, Tilda Swinton e poi ancora artisti dal mondo nipponico come Yōko Ono e Yojiro Noda. Insomma un film che di base mostra un livello molto alto per quanto riguarda gli interpreti, ma che riesce anche a elevarsi per qualità della storia che racconta e i caratteri che i suoi personaggi.  

Lo stile di Wes Anderson si rispecchia completamente su questo ultimo suo film e c’è poco da spiegare, in quanto è uno stile visivamente meraviglioso che lo rende riconoscibilissimo, soprattutto per quanto riguarda questo tipo di animazione. L’espressività che gli animatori hanno conferito ai personaggi li rende incredibilmente veri per lo spettatore, perché non è solamente nel dialogo che essi esprimono i loro sentimenti o i loro pensieri, ma anche attraverso il movimento di un sopracciglio o degli occhi. Immaginate quanto incredibilmente faticoso e meravigliosamente magico possa essere per un animatore riuscire a trasferire un’emotività così intensa in un pezzo di pongo e plastica. Tra l’altro la decisione del regista di non doppiare o tradurre alcuni dialoghi in giapponese, porta proprio lo spettatore ad immergersi nel volto dell’interlocutore per comprendere quali siano le sue intenzioni.        

Detto questo, il film si frappone tra il dramma e la comicità andersoniana, fatta di momenti taglienti e frastagliati che conferiscono al film un ritmo calzante, ma che si prende anche i suoi tempi per raccontare gli eventi e per far riflettere lo spettatore sulle implicazioni etiche e morali di alcuni passaggi fondamentali.    

Vediamo la discarica dove i cani sono stati confinati che ricorda grosso modo i campi di concentramento nazisti o i gulag dove si raccoglievano gli “indesiderati”. Questi cani sono affetti da una malattia contagiosa e pare che vi si possa porre rimedio attraverso una cura brevettata da una scienziato giapponese, ma ai poteri forti questo non va giù ed anzi spingono proprio il popolo a votare contro l’utilizzo di una cura sperimentale, preferendo l’isolamento massivo dei poveri animali.  

È un percorso che ormai conosciamo, quando l’odio e la rabbia prendono il posto della ragione e della tolleranza. L’infetto è pericoloso, in quanto contagioso, e quanti “infetti” ci sono oggi nella nostra società? Possiamo partire dal ragazzo a scuola che si comporta in modo diverso dagli altri suoi compagni di classe e viene per questo bullizzato, fino allo straniero che incontriamo per strada e cerchiamo in tutti i modi di evitare o di cacciare, perché ha il colore della pelle o modi di fare e di pensare diversi dal nostro. In tutti casi sono informazioni sbagliate o per lo più incomplete/inconsistenti che ci lasciano in balia di atteggiamenti o comportamenti errati che ricadono poi sulle nostre scelte sociali e politiche.

Quelli che alla fine pagano il conto più salato sono proprio questi cani che, tra l’altro mostrano un carattere simile a quello umano, ma non sono vendicativi e non smettono di pensare ai loro padroni. Non è la vendetta il tema centrale di questo film, ma più è la comprensione e l’amore, ovvero quel legame inscindibile che collegare tutte le creature viventi.

L’isola dei cani (Isle of dogs) ci spinge a comprendere realmente quali siano le nostre idee su temi come l’accoglienza, la tolleranza e la promiscuità ed è interessante che sia proprio un ragazzino a mettere in moto tutto questo meccanismo di ricerca e di raccordo tra le parti.

Un film incredibile, con una messa in scena che dovrebbe essere studiata minuziosamente, fotogramma per fotogramma, ed esposta in un museo per quanto bella. Forse l’unico difetto che gli si può trovare è la lunghezza che in certi momenti si potrebbe far sentire e stancare, ma ciò non toglie l’incredibile opera che Anderson è riuscito ad erigere ed esporre colpendo la critica e il pubblico internazionale.      

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