CineMachine | Solo: A Star Wars Story

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REGIA: Ron Howard ● CAST: Alden Ehrenreich, Woody Harrelson, Emilia Clarke, Donald Glover, Joonas Suotamo, Paul Bettany, Thandie Newton, Phoebe Waller-Bridge, Jon Favreau, Linda Hunt, Toby Hefferman, Jon Kasdan, Deepak Anand, Warwick Davis, Clint Howard, Richard Dixon, Ian Kenny, Anthony Daniels, Lily Newmark, Kiran Shah, Sema-Tawi Smart, Ray Park, Samuel Witwer ● GENERE: fantascienza, avventura, azione ● DURATA: 135 minuti ● DATA DI USCITA: 23 Maggio 2018 (Italia)

Solo: A Star Wars Story del 2018 per la regia di Ron Howard.

Storia: Attraverso una serie di audaci scappatelle nel profondo, oscuro e pericoloso mondo criminale intergalattico, Han Solo incontrerà il suo forzuto e futuro copilota Chewbacca ed il famoso giocatore d’azzardo, non che proprietario del leggendario Millennium Falcon, Lando Calrissian.

Come disse il grande Oscar Wilde: “Tutti ti amano quando sei due metri sotto terra”. Sembrava questo l’epilogo definitivo del personaggio interpretato da Harrison Ford nel lontano 1977. Han Solo era morto, ucciso dal figlio mai conosciuto, venuto alla ribalta grazia ad una nuova trilogia che prosegue la storia di Guerre Stellari a partire dall’episodio VI, quando forse tutti, bene o male, se lo aspettavano. I personaggi interpretati dal giovane Harrison Ford sembrano aver lasciato molte donne soddisfatte e con figli di cui lui sembra non essere mai a conoscenza (rif. Indiana Jones: il regno del teschio di cristallo del 2008 di Steven Spielberg).

Detto questo, alla Walt Disney sembrerebbe non essere bastato il sacrificio di uno dei personaggi di punta della saga di Star Wars ed allora decide di ideare un ulteriore spin-off, antecedente o precedente (non l’ho ancora capito) lo stesso Rogue One: A Star Wars Story, dove vediamo un giovane e spavaldo Han Solo alle prese con scorribande di mercenari e ladri in giro per la galassia.

Inoltre vediamo una cosa a dir poco spettacolare, ovvero l’interpretazione di Alden Ehrenreich che cerca in tutti i modi di mimare le espressioni di Harrison Ford nel vano tentativo di dare più autenticità al personaggio di Han Solo. Per mia personale opinione, credo che le interpretazioni più mediocri siano quelle che cercano di eguagliare un attore o quanto meno di assomigliargli. Non sto giudicando il lavoro svolto da Alden per entrare a pieno nei panni di Solo, ma critico il fatto che la Disney, ormai diventata una macchina mangia soldi e che ha la fortuna di avere nel suo libro paga dei geni come gli animatori della Pixar, si rivolga costamente agli stessi brand per incitare i fans ad entrare nelle sale.

Come affermo spesso, il fan è la prima persona che si dovrebbe evitare di convocare se si dovesse mai fare una discussione seria sul cinema contemporaneo, perché il fan difenderà ciò a cui è affezionato a prescindere dall’oggettività di una sceneggiatura scritta male, dei continui ammiccamenti solo per far sentire lo spettatore medio una persona intelligente e della ripetitività e della mancanza di originalità dei contenuti.

Detto questo sembrerebbe che, finalmente, questo tipo di meccanismo di estensione che comprende spin-off, sequel, prequel, reboot, revival e chi ne ha più ne metta, stia iniziando ad entrare in crisi. Di fatto Solo: A Star Wars Story non è andato così bene ai botteghini come molti si aspettavano. Poi, diciamolo, se una produzione approva un progetto è naturale pensare che abbiano fatto i loro conti e che sperino che il film vada bene, ma non è questo il caso.

Forzare lo spettatore ad entrare in sala con una nuova trilogia aggressivamente perpetrata sulla base di uno spin-off su un personaggio importantissimo e la sua cerchia di amici, non fa più tanta voglia, perché lo spettatore non ce la fa più. Lo spettatore si sta stancando di seguire trecento storie diverse contemporaneamente ed appartenenti allo stesso universo narrativo, perché forse ha finalmente capito che l’originalità non è scaldare un pasto già servito più e più volte, ma è una novità con una buona dose di stravaganza e un pizzico di peculiarità. L’esempio che mi viene da fare, rimanendo dentro il campo degli universi esteri, i due capitoli di Guardiani della Galassia, in quanto, a paragonarli alle altre pellicole prodotte da casa Marvel, hanno qualcosa che li caratterizza fortemente e li rende riconoscibili.

Solo: A Star Wars Story non ha questo tipo di carattere e non sto dicendo che il film non mi sia piaciuto per niente, ma non mi ha entusiasmato e, la cosa peggiore, non mi ha emozionato. A parer mio la fantascienza deve smettere di essere osteggiata da una creature multiforme e fuori controllo come Star Wars, sfuggita di mano al suo creatore e diventata una fiera infernale pronta a divorare tutti noi poveri spettatori.

Come detto, il film non mi è completamente dispiaciuto, ma mi ha portato a riflettere sul cinema di intrattenimento e sull’estensione di un universo che, come il nostro, se continuerà ad estendersi, prima o poi collasserà su se stesso.

Detto questo concludo dicendo che il film non sono andato a vederlo da “solo” e che alla fine della proiezione io ed alcuni miei amici non abbiamo speso un “solo” momento per commentare questo titolo, perché alla fine eravamo coscienti che questo era “solo” l’ennesimo tentativo di portare avanti uno scenario filmico oramai avvizzito da quante volte sfruttato e ri-trascritto.  

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