Spettacolando – Europe, quarant’anni di rock sotto le mura di Marostica

Quasi un sold out, sorrisi stampati in viso, Piazza Castello a fare da cornice. Ma noi, il 5 luglio, al Marostica Summer Festival, eravamo lì per un’unica ragione: ricercare il brivido dell’adolescenza (lasciando i figli a casa). In pochi probabilmente erano riusciti a sentire gli Europe dal vivo e ora siamo aspettando quella canzone da cantare a squarciagola: alle 21 e 31 inizia il conto alla rovescia.
La storica band svedese, che a fine degli anni ’80 aveva riportato il rock melodico in Italia, ha regalato al pubblico (di under 45 nessuna traccia) uno spettacolo potente. Gli anni sul palco c’erano tutti, portati con fierezza e trasudando una passione commuovente.
Il concerto rientrava nel tour estivo 2026 della formazione guidata da Joey Tempest, approdata a Marostica per una delle poche date italiane della stagione. Joey sembrava un ragazzino, padrone della scena con eleganza e sfacciataggine. Al suo fianco John Norum, che in un bagno di sudore ha ricordato alla giovani leve cosa vuol dire suonare la chitarra in un concerto rock: riff granitici, assoli che raccontavano che quello che stava facendo era la cosa più importante al mondo!
La scaletta ha forzatamente equilibrato passato e presente, ma a noi, del presente, importava il giusto. Abbiamo ascoltato ogni pezzo con serenità, e ci siamo scaldati con Rock the Night e cantato con la forza che avevamo il coro di Carrie. Continuando il conto alla rovescia.
L’acustica era molto buona, dal punto di vista strumentale gli Europe potrebbero tenere lezioni di musica negli auditorium e i trapper muti ad ascoltare e prendere appunti. La sezione ritmica, composta da Mic Michaeli alle tastiere, John Levén al basso e Ian Haugland alla batteria, ci ha ricordato come negli anni 90 la musica era una cosa seria.
Tempest ha provato a intrattenere il pubblico con qualche dialogo in italiano, e tra un brano e l’altro non sono mancati sorrisi, ringraziamenti e inviti a cantare insieme: ma era solo per prendere tempo. Il conto alla rovescia lo guardava dall’alto e scandiva il tempo di fronte a lui.
Chi aveva letto la scaletta, sapeva già quando sarebbe stato il momento, così all’improvviso metà pubblico si è fiondato sotto il palco: un flusso pacifico ma inarrestabile fino al We’re leavin’ together – But still it’s farewell – And maybe we’ll come back – To Earth, who can tell? – I guess there is no one to blame – We’re leaving ground (leaving ground) – Will things ever be the same again? IT’S THE FINAL COUNTDOW!!!!
Che altro dire : eravamo lì per confrontarci con quei dubbi e quelle domande. Ora possiamo provare a trovare le risposte, a chiudere con la nostra adolescenza: tornare a casa dai figli e provare a diventare adulti. O anche no.
Paolo Tedeschi
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