Terremoto Volkswagen, pronti a tagliare 120mila posti di lavoro

Alla base di questa drastica virata economica ci sono motivi strutturali non più rimandabili. Il modello di business tradizionale basato sull’esportazione globale della manifattura tedesca non regge più l’urto dei mercati attuali. Volkswagen soffre di un calo verticale degli utili operativi e della perdita di quote di mercato in Cina. Qui i produttori locali di veicoli elettrici e ibridi stanno surclassando i marchi europei sia in patria che nei confini della stessa Unione Europea. A gravare sul bilancio è anche un eccesso di forza lavoro. Con quasi 630.000 dipendenti globali, VW ha una struttura considerata dai vertici troppo pesante se paragonata a concorrenti diretti come Toyota o Stellantis.
La risposta dei lavoratori non si è fatta attendere. Il sindacato tedesco IG Metall e il consiglio di fabbrica hanno già mobilitato proteste e scioperi di avvertimento in oltre venti siti produttivi. La leadership sindacale accusa i manager di voler scaricare sui dipendenti errori strategici e ritardi tecnologici nella transizione energetica, violando i vecchi accordi che tutelavano i posti di lavoro fino alla fine del decennio. La ristrutturazione si scontra inoltre con la complessa governance di Volkswagen, dove lo Stato della Bassa Sassonia detiene una quota di minoranza di blocco e si è sempre opposto ai licenziamenti di massa. La partita economica e sociale è appena iniziata, ma il segnale inviato al comparto automotive europeo è drammaticamente chiaro.