25 novembre – Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne

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#NIUNAMENOS, #nonunadimeno è l’hashtag coniato in Argentina dall’attivista Victoria Donda Pérez e subito condiviso dalla stampa e dalle organizzazioni internazionali per dire basta alla violenza, che nelle sue molteplici forme, fa strage di donne in tutto il mondo. Che cosa sia la violenza di genere, Victoria non l’ha studiato in un’aula universitaria, ma l’ha sperimentato sulla propria pelle nel carcere militare in cui è nata. È infatti una dei tanti “neonati rubati”, partoriti dalle detenute politiche durante il regime di Jorge Videla (1976-83) e sottratti alle stesse per essere affidati o venduti a famiglie colluse con l’esercito nella pagina più nera della storia di un Paese che rubava alle donne persino l’unico diritto/dovere che per millenni era stato loro riconosciuto: quello di essere madri. Violenza neonatale dunque, identificata dalle Nazioni Unite, assieme alla violenza fisica, psicologica, sessuale, economica, comunitaria, lavorativa e ostetrica, come uno dei tanti fenomeni discriminatori e lesivi che, anche in tempo di pace, impediscono alle donne di vivere “sicure e libere” quanto un uomo. Una su tre dichiara infatti, anche nella nostra Europa, di aver subito almeno una volta nel corso della vita, violenze, abusi o molestie. Le statistiche del Telefono rosa denunciano che in Italia, da gennaio 2015, sono state uccise oltre 160 donne. Nel 66,4% dei casi il reato è stato commesso dal marito, compagno o ex partner e il 33% degli omicidi è stato preceduto da un’escalation di violenze spesso denunciate. Il movente è legato quasi sempre alla volontà della donna di interrompere il rapporto, sottrarsi a schemi socio-comportamentali prefissati o acquisire maggiore indipendenza. Nel mondo la situazione è altrettanto drastica: in Messico si consuma un femminicidio ogni 4 ore, mentre in Medio Oriente l’uccisione di una ragazza da parte di un familiare maschio può ancora oggi essere archiviata per legge come «morte accidentale per causa d’onore». In Paesi come il Guatemala o El Salvador, la tortura e la violenza sessuale vengono invece usate nella guerriglia urbana tra bande rivali come mezzo per punire i traditori e umiliare gli avversari. Questo fenomeno è tipico anche dei conflitti tribali ed etnici sul continente nero e per il controllo delle risorse degli indigeni in America Latina, tanto che la Corte interamericana per i diritti umani di San José del Costa Rica definisce la violenza di genere una vera e propria «strategia di guerra che gli attori del conflitto usano per ampliare il proprio controllo del territorio. Aggredire le donne è infatti una tattica volta a umiliare, terrorizzare, distruggere e lesionare il nemico, sia esso il nucleo familiare o la comunità di appartenenza della vittima»1. Spesso dunque le donne che sopravvivono agli stupri di guerra sono in realtà condannate a quella che la criminologa palestinese Nadera S. Kevorkian chiama «morte in vita», ovvero a subire uno stigma sociale così forte da pensare di potervisi sottrarre solo attraverso la morte. Il Fondo per la popolazione delle Nazioni Unite propone in tal senso statistiche allarmanti: nel 2015 il suicidio ha infatti superato il parto come maggiore causa di morte delle ragazze tra i 15 e i 19 anni. Perché? Perché questa è l’unica alternativa che in molte parti del mondo viene offerta alle bambine per non essere più vendute, maltrattate e abusate, per essere di nuovo libere.

Per sensibilizzare l’opinione pubblica a questi temi, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite istituì nel 1999 la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. La data scelta, il 25 novembre, non è casuale. Quello stesso giorno infatti, nel 1960, morivano a colpi di bastonate, mentre andavano a trovare i mariti in carcere, Patria, Minerva e Maria Teresa Mirabal, tre sorelle dominicane rivoluzionarie e fortemente contrarie al regime di Trujillo. Una ricorrenza in onore di tre latinoamericane per un fenomeno che riguarda dunque soprattutto i Paesi in via di sviluppo, dove le ragazze non ricevono un’istruzione e vengono costrette a sposarsi giovanissime? No, un problema che ci tocca tutti da vicino, una lotta da cui nessun Paese civile dovrebbe esimersi. Anche da noi nel Triveneto, a parità di esperienza e mansioni svolte, una donna guadagna in media il 30% in meno di un uomo e nel quadriennio 2011-2014 sono state raccolte dai Carabinieri e dalla polizia circa 45 denunce al mese per violenza di genere, vale a dire più di una al giorno. Si pensi ancora alla Francia, patria della democrazia moderna, dove una donna lavora 38,2 giorni in più dei colleghi maschi per arrivare allo stesso salario. Come può la vittima di una relazione violenta sottrarsi agli abusi del partner se non ha alternative economiche dignitose per sé e per i propri figli? Ecco perché #nonunadimeno è lo slogan di una lotta senza quartiere, né continente o classe sociale, non che la riprova che le giornate come il 25 novembre sono quanto mai necessarie. Ma da sole non bastano per metter fine alla violenza, così come serve attualizzare l’agenda del legislatore, affinché vengano introdotti nell’ordinamento rimedi più idonei a segnalare il rischio che una donna subisca violenza da parte di un uomo e a prevenire tale evento, perché sarebbe utopistico e limitativo pensare che cambiare i codici basti ad ammodernare la società. La battaglia campale contro il femminicidio non si combatte infatti in tribunale, ma per le strade e tra i banchi di scuola attraverso la diffusione di nuovi modelli culturali ed educativi, che insegnino a crescere nel rispetto della diversità.

1Sentenza Castro Castro v. Perù, 25 novembre 2006.

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