Guerra Usa-Iran, Trump cancella la missione dei suoi inviati: “Nuovo documento non basta”

I colloqui tra Usa e Iran faticano a ripartire. Donald Trump cancella il viaggio dei suoi inviati Steve Witkoff e Jared Kushner finalizzato a riprendere i negoziati con Teheran a Islamabad. E qualche ora dopo rivela che, in seguito alla sua decisione, “nel giro di dieci minuti abbiamo ricevuto un nuovo documento che era molto meglio del precedente – sono le parole del Capo della Casa Bianca – hanno offerto molto ma non ancora abbastanza”.
Il presidente americano ha dato l’annuncio dello stop alla missione ai media statunitensi, poco dopo che il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi è partito per Muscat, lasciando la capitale pachistana, dove aveva incontrato il premier Shehbaz Sharif e il capo dell’esercito Asim Munir, ai quali ha consegnato una risposta “esaustiva” di Teheran alle condizioni americane e alle proposte di mediazione pakistana. Risposta che però non sposta la posizione della Repubblica islamica che ha più volte ribadito di non voler cedere alle “richieste massimaliste” dell’America. Il documento “avrebbe dovuto essere migliore”, ha commentato Trump.
L’annullamento della missione è l’ennesimo segnale che le due parti sono molto lontane dal raggiungere un accordo, nonostante venerdì la Casa Bianca avesse parlato di nuovo di presunti “progressi”, preannunciando appunto la partenza di Witkoff e Kushner. Ma Trump ha spiegato a Fox News che era inutile affrontare un viaggio così lungo senza che ci fosse la possibilità di concreti passi in avanti. “Non farete un volo di 18 ore per andare lì, ho detto ai miei collaboratori. Abbiamo tutte le carte in mano. Possono chiamarci quando vogliono, ma non farete più voli di 18 ore per stare seduti a parlare del nulla'”, ha riferito il presidente Usa.
Secondo Trump, alla base del nuovo stallo dei negoziati ci sarebbero le divisioni interne allo regime iraniano tra falchi e colombe: “C’è un’enorme lotta intestina e confusione all’interno della loro leadership. Nessuno sa chi sia al comando, nemmeno loro”, ha ironizzato il tycoon. “Se vogliono parlare, non devono far altro che telefonare”, ha ripetuto. Resta dunque un clima generale di sfiducia, come suggeriscono le parole di Araghchi che, pur definendo la sua visita in Pakistan “molto fruttuosa”, ha detto di non sapere ancora “se gli Stati Uniti prendono davvero sul serio la diplomazia”.
Una cattiva notizia anche per i negoziatori pachistani che speravano in un secondo round di negoziati a Islamabad a inizio della prossima settimana. In questo quadro si inserisce anche la posizione di Mosca che si è distinta per essere il principale alleato di Teheran, prestando una sponda ai negoziati e offrendosi di custodire l’uranio arricchito iraniano, ma incontrando la contrarietà di Trump.
Rimangono così molti nodi da sciogliere: dal programma nucleare iraniano al suo programma balistico, dal sostegno ai proxy allo sblocco dello stretto di Hormuz, mentre Teheran insiste per la revoca delle sanzioni e del blocco navale americano sui porti iraniani, nonché sui risarcimenti di guerra. Intanto Hormuz resta chiuso e la rinnovata tregua è molto fragile nel sud del Libano, dove continuano le violazioni e gli attacchi reciproci tra Israele e la milizia filo-iraniana Hezbollah, con un bilancio dell’ultimo raid dell’Idf che parla di diverse vittime.